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Coppie omosessuali: le bufale de La Repubblica e quelle che verranno

Una vera bufala

Nei giorni scorsi – già ce n’erano state avvisaglie qualche settimana prima – La Repubblica ha pubblicato una serie di articoli appartenenti alla categoria del “retroscenismo”, ovvero quei pezzi che un giornalista scrive su mandato dell’editore e/o del direttore e che hanno, quale caratteristica principale, quella di essere privi di fondamento, di non poggiare su fatti verificabili, di dare per assodate opinioni spesso anonime. Possiamo tranquillamente definirli bufale.

La prima domanda da porsi è: perché un importante e diffuso quotidiano le pubblica? Ambizione dell’editore e dei direttori succedutisi alla guida de La Repubblica è di fare del Partito Democratico il proprio “sex toy”. Lo prendono, lo lubrificano, lo girano e lo rigirano come meglio gli aggrada. In altre parole, dettano la linea a una forza che, in materia di diritti, non ne ha mai avuta una. Creano discordie per offrire soluzioni. Un laicismo di facciata, funzionale al mantenimento del proprio potere.

Ciò chiarito, è urgente registrare che la sentenza 138/2010 della Corte Costituzionale in materia di diritti da riconoscere alle coppie omosessuali è una delle sentenze più ignorate, edulcorate, volutamente fraintese fino al ribaltamento di senso, della storia della giurisprudenza italiana.

Abbiate pazienza, l’argomento è giuridico ed è necessario addentrarsi dentro le questioni sollevate. Faccio il possibile per sintetizzare e rendere intellegibile anche a chi non l’ha mai letta né ha studiato un poco di diritto.

Alcune coppie omosessuali chiesero l’accesso al matrimonio civile. A fronte di vari rifiuti da parte di numerosi Comuni, s’intentarono delle cause che portarono alla Corte Costituzionale. La quale, con la sentenza 138 del 2010, sentenziò che:

  • la Costituzione impone il riconoscimento delle coppie omosessuali attraverso “una disciplina di carattere generale”; così scrisse: “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”;
  • qualora il legislatore s’attardasse ulteriormente nel riconoscere questo diritto protetto, come abbiamo appena letto, dalla Costituzione, la Corte si riserva di intervenire nuovamente, per garantire trattamenti omogenei a quelli offerti alle coppie eterosessuali dal matrimonio civile;
  • sebbene, nell’elaborare l’articolo 29 della Costituzione, i padri e le madri costituenti non abbiano pensato che anche le coppie omosessuali potessero un giorno sposarsi, nulla, tanto nel testo quanto nel dibattito, può portare a inferire che questa possibilità è esclusa dalla Magna Carta. Anzi, i giudici della Corte Costituzionale ci ricordano che occorre valorizzare il “modello pluralistico” e che il concetto di famiglia non è scritto sulla pietra, bensì è figlio dei luoghi e dei tempi, è storicamente determinato, muta col mutare della società. I giudici affermano che spetta al Parlamento decidere quale riconoscimento offrire alle coppie omosessuali, partendo dalla constatazione che sono tutti validi – matrimonio, unioni civili – purché garantiscano “trattamenti omogenei” a quelli offerti alle coppie eterosessuali.

La sentenza 138/2010 non vieta al Parlamento la possibilità di estendere il matrimonio civile alle coppie omosessuali, non impone che i diritti riconosciuti tramite le unioni civili siano diversi e inferiori rispetto a quelli riconosciuti tramite il matrimonio, anzi stabilisce l’esatto opposto.

Per completezza d’informazione, riporto due autorevoli pareri. Il primo è il commento alla sentenza da parte della rivista “Diritto e Famiglia”, il secondo è opera dell’amico e giudice Marco Gattuso, pubblicato sulla rivista “Politeia”.

1. “In tutta la motivazione, la Corte non introduce alcun elemento espressamente diretto a condizionare la discrezionalità del Legislatore, né sarebbe conforme alla sua pregressa giurisprudenza in materia familiare coartare, in un senso o nell’altro, la volontà parlamentare. Dalla lettura della sentenza non emerge peraltro alcun argomento per sostenere che l’apertura del matrimonio violi diritti od interessi di terzi e della famiglia eterosessuale e che dunque si contrapponga alla ratio di garanzia della norma. Ne consegue che se al Legislatore ordinario è preclusa dall’art. 29 Cost. una normativa che limiti i diritti della famiglia, non deve ritenersi preclusa, invece, la ridefinizione per via legislativa della nozione di “matrimonio” in senso non limitativo ma, anzi, inclusivo”.

2. “La rilevanza costituzionale della coppia omosessuale apre, anche prima d’ogni intervento del Legislatore, nuove prospettive alla cosiddetta via giudiziaria per i diritti delle coppie gay, ove si tenga conto d’un ulteriore passaggio: in attesa che il Parlamento adotti una disciplina organica, la Corte Costituzionale si impegna ad assicurare da subito il proprio controllo ogni qualvolta “in specifiche situazioni sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale””.

Come si può vedere, tutto ciò che è stato scritto da La Repubblica e, a ruota, da altri quotidiani, sono panzane.

Evitiamo di tirare in ballo il Presidente della Repubblica – se e quando interverrà, valuteremo cosa avrà detto. Fino ad allora, lasciamo che siano i clericali, spalleggiati dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, a molestarlo. Ho il sospetto che al Quirinale non siano ben visti…

Infine prepariamoci – calma e sangue freddo, molta calma e molto sangue freddo – ad altre bufale costruite ad arte.

Ma come facciamo a riprodurci?

una famiglia gay

Qualche anno fa a Bologna, durante “The Italian Miss Alternative”, Alessandro Fullin s’esibì in una fantastica interpretazione, nientepopodimeno, di Dio. Con la sua voce inconfondibile, capace di trapanare timpani ed imeni, salì sul palcoscenico, scrutò il pubblico, sempre più numeroso ad ogni edizione della sfilata ideata per raccogliere fondi a favore della prevenzione dell’aids, ed esclamò strepitando, rivolto alle migliaia di finocchi e di lesbiche presenti: “Ma come fate a riprodurvi?”.

L’attacco sferrato da alcuni lgbt iscritti al Partito della Nazione Vaticana (segnatamente tali Concia e Mancuso) alla possibilità d’adottare i figli del o della partner e alla gestazione per altri – attacco rilanciato dalla relatrice del progetto di legge sulle unioni civili, Monica Cirinnà, e da alcune donne del coordinamento “Se non ora quando” – segna un punto di svolta nella discussione in merito ai diritti da riconoscere in Italia alle coppie omosessuali.

Il retrivo livello del dibattito impone di tornare all’ironica domanda posta da Fullin.

Le avvisaglie erano nell’aria da tempo e lo schema di discussione del testo presentato sta ricalcando pedissequamente le esperienze del passato: si parte da un punto di vista arretrato e anti-storico (unioni civili riservate alle sole coppie omosessuali invece che matrimonio egualitario e nuovi istituti familiari aperti alle coppie di qualunque orientamento sessuale), si procede ad eliminare ulteriori diritti (la stepchild adoption e, forse, chissà, la reversibilità della pensione), fino a rendere un testo, nato già indigeribile, un’accozzaglia di veti e di divieti, che hanno come ratio quella di tramutare in legge la morale sessuofobica e omofobica delle gerarchie cattoliche e delle loro alacri vestali, molto attive dentro e fuori il Parlamento.

Morale che ha alla base delle sue rivendicazioni una precisa ideologia: la sessualità non è una fonte di piacere, la sessualità non è una forma di sperimentazione e di conoscenza di sé e dell’altro o dell’altra da sé, il genere s’annulla nel sesso biologico, che è dato, statico, mai in itinere e ancor meno in perenne, cangiante trasformazione, come sarebbe invece liberatorio considerarli all’interno della vita d’ogni individuo e delle relazioni dal singolo o dalla singola create.

Il sesso biologico e gli atti sessuali, secondo la morale giudaico-cristiana, sono gabbie immutabili, finalizzate esclusivamente alla riproduzione della specie.

Facciamoci il favore di chiamare le cose col loro nome: da qui nasce l’attacco alla possibilità delle persone omosessuali d’avere figli e di poterli adottare. Si vogliono le persone omosessuali sterili e inadatte ad allevare bambini.

Contro ogni evidenza storica, contro le opportunità offerte dalla ricerca scientifica, s’intende riservare il concetto di famiglia, con tutto ciò che questo comporta dal punto di vista sociale e giuridico, alle sole coppie eterosessuali. Meglio se sposate.

Eppure, da sempre, le persone lgbt fanno figli e li allevano disgraziatamente o felicemente, esattamente come le persone eterosessuali.

Non sorprende che a sostenere tali tesi siano i clericali.

Sorprende e dispiace invece che alcune donne, di chiara fama e di storico impegno, vogliano continuare a vietare la libertà di scelta di altre donne a gestire una gravidanza per chi è impossibilitato a farlo, etero od omo che sia.

Dispiacere che registriamo e che non può farci arretrare nemmeno di un millimetro dalla nostra proposta, culturale e giuridica, rivolta alla società italiana: liberazione del sesso biologico dal binarismo d’Adamo e d’Eva, liberazione delle sessualità, svincolandole dall’esclusiva finalità riproduttiva, pluralità di istituti familiari aperti alle coppie d’ogni orientamento sessuale, piena uguaglianza giuridica delle persone lgbt, a partire dal matrimonio.

Come direbbe il generale Charles de Gaulle, questo dovrebbe essere il nostro “vaste programme”, per il quale battersi duramente.

Invito pertanto l’associazione ad affermare a chiare lettere che noi difendiamo con le unghie (smaltate) e coi denti il diritto delle persone omosessuali a formare una famiglia con o senza bambini – e con diritti e doveri riconosciuti tanto alla coppia quanto agli eventuali, voluti minori.

Invito pertanto l’associazione a rigettare il sostegno ad un progetto di legge che offende la ricchezza e la multiforme diversità delle nostre esistenze e la dignità delle persone lgbt.

Perché gli unici due luoghi in cui ha senso calarsi le braghe sono il bagno e la camera da letto.

A margine di questo mio intervento al Consiglio nazionale di Arcigay del 05/12/2015, consiglio la lettura dell’articolo di Chiara Lalli, pubblicato da Internazionale, e quello di Eretica.

Maurizio Cecconi
Maurizio Cecconi
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