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Articoli marcati con tag ‘Gay’

I consigli delle checche di rosso vestite

Benedetto XVIPer Ratzinger, in visita pastorale a Fatima, aborto e matrimoni gay sono i due pericoli da evitare per fare delle buone leggi.

“Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si oppongono al bene comune”, ha detto il pontefice, parlando davanti ai raprresentanti delle principali organizzazioni del Portogallo, paese dalla grande tradizione cattolica, che tuttavia si appresta ad autorizzare i matrimoni gay dopo aver legalizzato l’aborto nel 2007.

Resto del parere che per ben legiferare, sia invece indispensabile evitare le ingerenze di qualunque religione. Anche di quelle ai cui vertici siedono checche di rosso vestite.

Intervista a Radio Città Fujiko su matrimoni gay e adozioni

Questa settimana si terrà l’incontro del Comitato “Sì, lo voglio” a Milano e il convegno “Bambini e bambine con genitori omosessuali” a Bologna.

Radio Città Fujiko mi ha intervistato sui temi del matrimonio gay e delle adozioni. Ecco l’audio.

Pannella dichiara: “Non sono frocio”

Chiacchierando con Beppe Ramina e Felix Cossolo su Facebook, in merito al coming out di Marco Pannella, che ha dichiarato di aver amato tre o quattro uomini nella sua vita, le due zie prima citate si sono ricordate di una finta intervista al leader radicale, apparsa un po’ per gioco e un po’ per scherzo sul numero 10 di Lambda, nel 1978 (invece io mi sono ricordato che uno di questi “tre o quattro uomini” potrebbe essere Francesco Rutelli).

Lambda, antesignana delle riviste gay italiane, gravitava attorno al F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), che a sua volta faceva parte della galassia radicale. L’intervista immaginaria a Pannella causò l’allontanamento della rivista dall’orbita del partito.

Poi fiorirono “cento collettivi gay” in tutta Italia e Lambda divenne presto la loro voce e quella del movimento di liberazione omosessuale italiano. Rileggiamo quell’intervista che causò tanto rumore.

PANNELLA DICHIARA: “NON SONO FROCIO”
Dal nostro inviato speciale Felix Cossolo
Lambda, N. 10, Anno III, 1978

Con stupore e sorpresa abbiamo appreso che Pannella in una intervista a Sabina Ciuffini (ve la ricordate?) apparsa su “Stampa Sera” e “Sorrisi e canzoni TV”, ha dichiarato ufficialmente di essere iscritto al F.U.O.R.I., ma poi per consolare la valletta, l’ha invitata a cena. I giornali sopra citati precisano che hanno mangiato spaghetti cucinati dallo stesso Pannella e serviti a tavola da una deliziosa ragazza, la nuova conquista del deputato radicale. Sabina Ciuffini ha tirato un sospiro di sollievo dopo aver conosciuto il partner femminile dell’intervistato. In redazione sono arrivate numerose telefonate di omosessuali preoccupati per aver perso il loro protettore. “Se Pannella non è frocio, chi ci difende”, ci hanno chiesto numerosi lettori di Lambda e fans pannelliani. La direzione di Lambda per garantire il diritto all’informazione, ha inviato un giornalista a Roma ad intervistare il parlamentare radicale. L’appuntamento è stato fissato il 31.12.1977 (vigilia) in un ristorante della capitale nei pressi di Montecitorio.

LAMBDA – Onorevole, come mai ci sono numerosi curiosi che ci osservano?

ON. M. PANNELLA – Ho pensato che tu come “condirettore” di Lambda avresti potuto pubblicare dei “falsi” sul tuo giornale e allora ho preferito invitare anche altri giornalisti per rendere pubblico il nostro pranzo qui a Montecitorio.

LAMBDA – Onorevole…

ON.M. PANNELLA – E smettila di chiamarmi onorevole!

LAMBDA – Ok. Cosa pensi dell’intervista di Sabina Ciuffini?

MARCO – Ha finalmente chiarito a tutti i lettori il mio vero comportamento sessuale. Non sono frocio e lo dico liberamente anche se nel Partito Radicale sono in minoranza. Non siamo forse il partito dei diversi?

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Se vi sembra poco

Mizz Pravda, live in Cairo, s’improvvisa dj per una festa “very queer”.

Lady Zagha - Mizz Pravda, Live in Cairo

Matrimonio gay, incontro del Comitato “Sì, lo voglio!”

Venerdì 14 Maggio sarò a Milano per un incontro promosso dal Comitato “Sì, lo voglio!”, per discutere, insieme agli avvocati della Rete Lenford e agli attivisti di Certi Diritti, della sentenza della Corte Costituzionale.

Ci si confronterà anche su quali iniziative saranno, d’ora in poi, più utili per proseguire la battaglia per l’uguaglianza delle persone lgbt di fronte alla legge e per il riconoscimento del diritto al matrimonio civile per le persone omosessuali.

Nucleare, Iran chiama Italia

Che mondo del cazzo viviamo, dove la destra europea è più avanti della sinistra italiana e se vuoi sentire qualcuno affermare che non vogliamo le armi nucleari degli USA sul suolo italiano ti devi rivolgere al sanguinario dittatore dell’Iran

Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione

Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione
di Persio Tincani, docente di filosofia del diritto, Università di Bergamo

La vicenda del matrimonio omosessuale in Corte costituzionale si è conclusa nel modo che in molti prevedevano, cioè con un sostanziale rigetto delle questioni di costituzionalità rimesse dalla corte d’appello di Trento e dal tribunale di Venezia. Che la decisione fosse, in questo senso, prevedibile non ha, però, nulla a che vedere con la questione in sé (il matrimonio omosessuale è compatibile con la Costituzione?) e molto a che vedere con il fatto che non dobbiamo fingerci vergini, del tipo di quelle convinte che ci sia sempre un giudice a Berlino. Che la Corte avrebbe respinto le questioni, insomma, eravamo più o meno tutti ragionevolmente certi, tanto i favorevoli al matrimonio omosessuale, ovvero la stragrande maggioranza dei giuristi italiani, quanto la minoranza dei giuristi contrari.

Tutti o quasi tutti, infatti, consideravano assai improbabile che la Corte avrebbe deciso nel senso dell’ammissibilità del matrimonio omosessuale, in quanto la questione è stata caricata (non importa adesso quanto ciò sia stato fatto ad arte) di un significato politico pressoché esclusivo, che ha finito per far passare nelle retrovie il fatto che si tratti, come ogni altra questione posta di fronte alla Consulta, di una faccenda di leggi e di diritto.

Al di là delle argomentazioni sostenute da ciascuno per la tesi della fondatezza o dell’infondatezza dei particolari rilievi di costituzionalità presenti nei due atti con i quali le corti hanno posto la questione di fronte alla Consulta, e ancor di più al di là degli argomenti che ciascuno adduce per l’ammissibilità o per l’inammissibilità del matrimonio omosessuale nel nostro ordinamento, nessuno avrebbe scommesso sul fatto che una parola definitiva sarebbe stata pronunciata dalla Corte in merito.

Ciò che stupisce, quindi, non è che la Corte abbia dichiarato non fondate le questioni di costituzionalità, ma il modo in cui lo ha fatto, cioè con una sentenza, la n. 138/2010 (15 aprile), assai criticabile, sia sotto il profilo della tecnica giuridica, sia sotto il profilo della mera coerenza argomentativa. I passaggi argomentativi fallaci o discutibili della sentenza sono molti. Qui mi limito a segnalarne uno.

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Bertone vergognati! – Le foto

Ulteriori riflessioni sulla sentenza costituzionale sul matrimonio gay

Ulteriori riflessioni sulla sentenza costituzionale sul matrimonio gay
di Ezio Menzione e Susanna Lollini

Le sentenze della Corte Costituzionale è bene leggerle e rileggerle più volte per trarne, nel bene e nel male, ogni implicazione possibile. Nel caso della recentissima sentenza sul matrimonio gay (la 138 del 2010), data l’importanza della materia e l’autorevolezza del consesso giudicante, è giusto notare che essa non solo riconosce piena dignità e postula parità di diritti per le coppie dello stesso sesso – pur riconoscendo che non è obbligatorio il ricorso al matrimonio – ma diventa anche più importante se, andando oltre questo quadro generale, si riesce e cogliere dei dettagli molto rilevanti in essa contenuti. Anche sotto questo aspetto, quindi, si può dire che la battaglia che ha portato alla Consulta il matrimonio gay, lungi dall’avere registrato una netta sconfitta, è stata quasi una vittoria, o almeno ha aperto delle grosse possibilità.

Prima di tutto salta agli occhi che, nel rinviare al Parlamento come unica autorità che può decidere in materia, la Corte richiede espressamente che si arrivi ad una disciplina “di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia”. Con tale affermazione la Corte sgombra il campo da tutte quelle ipotesi di regolamentazione pattizia e privatistica che pure negli ultimi anni sono state avanzate. Vi ricordate? andare dal notaio, stipula di contratti matrimoniali, utilizzo di strumenti privatistici ecc.ecc. Le varie componenti del parlamento, di destra e di sinistra, si erano sbizzarrite con voli di fantasia su questi punti. Orbene, la Corte richiede che la disciplina sia invece “generale”, cioè uguale per tutti, cioè, ancora, sostanzialmente pubblicistica, poiché solo una regolamentazione pubblicistica può garantire una generale uniformità.

Ma non basta. La Corte, dopo avere auspicato (richiesto) che il Parlamento intervenga, si riserva di valutare se tale intervento (la futura legge) garantisca un “trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza”. Chi dunque pensasse di cavarsela con una leggina al ribasso, nella quale mancassero i capisaldi sostanziali per una parificazione, nei diritti e nei doveri, alla coppia eterosessuale, avrebbe fatto i conti senza l’oste, perché la Corte rimane lì, pronta a garantire l’omogeneità di trattamento. Si potrà poi discutere se la “omogeneità” corrisponda alla “uguaglianza” (e si direbbe di no), ma certo significa che l’istituto esistente (il matrimonio) e quello a venire (l’unione omosessuale) dovranno avere la stessa pregnanza e ampiezza di contenuti.

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Sulle coppie gay l’Alta Corte non chiude

Sulle coppie gay l’Alta Corte non chiude
di Vittorio Angiolini
L’Unità, 16 Aprile 2010 [Scarica l'articolo]

La decisione della Corte costituzionale sul matrimonio gay, letta la motivazione, non si esaurisce affatto nel rinviare il problema alla “discrezionalità” del legislatore.

Anzitutto, la Corte – e non è poco – riconosce che, nell’art. 2 della Costituzione: “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.

Il legislatore ha dunque da intervenire, ma solo per scegliere tra diverse modalità della protezione da accordare alla coppia omosessuale in applicazione di un diritto che è direttamente garantito dall’art. 2 della Costituzione. Inoltre, tra le soluzioni praticabili per la protezione della coppia gay non è precluso al legislatore scegliere quella del matrimonio. Poiché, sempre secondo la Corte, la nozione di matrimonio e quella di famiglia dell’art. 29 della Costituzione non sono “cristallizzate”, ma da adeguare alla “evoluzione della società e dei costumi”. Anche se un tale adeguamento resta compito del legislatore e non può essere opera della Corte con una “interpretazione creativa”.

Infine, il legislatore non è neanche libero di rimanere inerte. Poiché, in assenza di una legge adeguata, per così dire chiudendo il cerchio, la Corte si riserva “la possibilità d’intervenire a tutela di specifiche situazioni (come è avvenuto per le convivenze more uxorio: sentenze n. 559 del 1989 e n. 404 del 1988). Può accadere, infatti, che, in relazione ad ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza”.

L’intervento del legislatore sul riconoscimento delle unioni omosessuali, pur non essendo a “rime obbligate”, è dunque costituzionalmente dovuto, per l’art. 2 della Costituzione, e da svolgersi senza dar adito a discriminazioni ingiustificate rispetto ai diritti già spettanti alle coppie sposate eterosessuali, poiché eventuali scelte discriminatorie, penalizzanti le coppie gay, sarebbero censurabili costituzionalmente per “irragionevolezza”.

Speriamo che, finalmente, il Parlamento faccia la sua parte, lasciando indietro pregiudizi vecchi e nuovi, di ogni risma e colore.

Vittorio Angiolini
Professore di Diritto Costituzionale
Avvocato delle coppie omosessuali in giudizio presso la Corte Costituzionale

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Maurizio Cecconi
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