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Kanyakumari, finis terrae

Kanyakumari

Treno, destinazione Kanyakumari, gli ultimi 90 km e sarò arrivato alla punta estrema meridionale di quella grande vulva triangolare che i confini geografici e statuali disegnano. Vulva macroscopica e geopolitica e vulva votiva, che m’apparirà in spiaggia, nelle sembianze di Kanya, la dea vergine, uno degli avatar di Devi, la Grande Dea Madre. Il suo tempio è eretto sulla sabbia, di fronte al mare. Mare, mari, plurale: lo straordinario (che per alcuni si tramuta in sacro) è reso dall’eccezionalità dell’incontro tra tre masse d’acqua: il Mare Arabico, l’Oceano Indiano, il Mare del Bengala. Sento che me la sono guadagnata questa estremità, dopo tanto scarpinare; sono emozionato: a “finis terrae” potrò assistere sia al sorgere del sole dall’orizzonte marino a est che al tramonto dentro l’orizzonte marino occidentale. Gli indiani credevano (e alcuni ancora credono) che arrivando a Kanyakumari (che si pronuncia alla francese, con l’accento sulla i finale) e prendendo il largo in barca, automaticamente abbandonavi la tua religione, la tua casta, la tua vita continentale; una tragedia sociale irrimediabile (ma per alcuni il migliore degli esiti). Gandhi, anche in questa occasione controcorrente, dopo aver predicato per la neonata India l’abolizione delle caste, chiese che, una volta morto, le sue ceneri fossero disperse lì dove i tre mari si affastellano uno sull’altro. Così gli amici e i compagni di molte battaglie fecero, quando fu ucciso da un estremista hindu. Un pugno di quelle ceneri sono conservate e deposte nel memoriale a lui dedicato. Sacro e profano sulla stessa spiaggia, religioni e politica s’affrontano per il dominio dei mari e dei popoli: lo scontro epocale, visto dall’Europa, sembra volgere decisamente a favore delle prime; osservato da qui, da un paese in movimento, dove si respira l’energia di moltitudini di persone che tribolano per un futuro concretamente migliore, l’esito della lotta sembra finalmente sorridere alla politica. Resterò a Kanyakumari fino al 26 gennaio, festa nazionale della Repubblica, per depositare un fiore bianco come il suo “dohti” sulla tomba del Mahatma, Grande Anima – soprannome celebrativo e un filino ironico che Rabindranath Tagore diede al suo amico Gandhi. Entrambi avversari delle caste, Tagore gli rimproverava una paura della modernità e il suo bigottismo sessuale, che lo condusse all’astinenza. Mi piace l’ironia affettuosa di Tagore, un razionale impedimento ad elevare al rango di eroe un uomo come tanti, che come pochi seppe indirizzare una nazione immensa verso l’indipendenza e la democrazia. Leggo spesso che “gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo”. Cazzate. E’ qui, è l’India. Un fiore bianco.

Magnifica India

Sul numero di AUT di agosto 2009, appena uscito, trovato un mio articolo dedicato alla vittoria delle associazioni lgbt indiane per la depenalizzazione dell’omosessualità. Se volete, potete scaricarlo anche in pdf.
MAGNIFICA INDIA

Il 2 luglio scorso, l’Alta Corte di Nuova Delhi ha reso noto l’atteso verdetto in merito alla richiesta avanzata dalle associazioni lgbt indiane (e in particolare dalla Naz Foundation) di depenalizzare l’omosessualità, almeno per le persone adulte e consenzienti. Il famigerato art. 377 del codice penale indiano – non ci stancheremo di ripetere che si tratta di un’eredità del defunto Impero Brittanico – è stato modificato, permettendo così da quel giorno a 50 milioni di persone omosessuali, bisessuali e trans indiani di vivere liberamente la propria sessualità, senza la paura dell’arresto.

L’India, la più grande democrazia delle terra, con oltre un miliardo di abitanti e attraversata da conflitti inter-etnici, consegna all’umanità una sentenza storica che lascerà il segno, dimostrando che un regime democratico è in grado di governare una complessità culturale. Il testo del verdetto è chiaro: “l’omosessualità non è un disordine mentale” e nel commentare la sentenza, il capo del Dipartimento di Giustizia dell’Alta Corte, A. P. Shah, ha usato le parole del padre/fondatore, insieme a Gandhi, dell’India moderna, Jawahrlal Nehru: “l’India sarà una società inclusiva. Il fatto che una parte della popolazione non ami un’altra parte, non è una ragione sufficiente per criminalizzarla”.

Secondo il quotidiano online Huffington Post “la depenalizzazione dell’omosessualità in India, per le sue immaginabili conseguenze, sarà paragonata alla rivolta di Stonewall del 28 giugno 1969, quando nacque il movimento lgbt mondiale”. Con meno afflato epico e con più concretezza, Vikram Doctor – attivista gay e giornalista, di cui su AUT di Febbraio 2009 presentai un’intervista -, stanco e felice, manda a dire che “è una notizia meravigliosa, l’incredibile conclusione di otto anni di lotta e l’inizio di un nuovo ciclo di battaglie”.

Quali battaglie? Prima di tutto la difesa della sentenza dai già annunciati ricorsi che presenteranno le autorità religiose induiste, islamiche e cattoliche. Queste ultime avevavo fatto sapere attraverso il Vaticano che non si opponevano alla depenalizzazione dell’omosessualità, ma solo all’estensione di alcuni diritti, come il matrimonio, alle persone gay. Dopo il verdetto, si sono prontamente rimangiati quanto in precedenza affermato e hanno iniziato le loro pressioni sul Governo federale, formando una “santa alleanza religiosa” insieme alle confessioni maggioritarie in India. Il reverendo Stephen Alatara, del concilio vescovile del Kerala ha detto che “il Governo ha assicurato che l’omosessualità non verrà legalizzata” e ha annunciato un ricorso alla Suprema Corte assieme ad altri gruppi cattolici. Alcuni ministri del governo di centro-sinistra si sono riuniti per esaminare la questione. Non hanno trovato un accordo. E c’è da credere che non lo troveranno per ancora un po’ di tempo, almeno fin quando le acque non si saranno calmate.

Per Beppe Ramina, giornalista, tra i fondatori di Arcigay e del Cassero e che da anni tesse stretti rapporti con le associazioni lgbt indiane, “è immaginabile che la larga riconferma del Congresso (il partito del Mahatma Gandhi e di Jawaharlal Nehru) abbia rafforzato una decisione che l’Alta Corte aveva molto probabilmente preso già all’inizio del 2009, quando il dibattimento, dopo anni di stop and go, si era finalmente concluso. L’eccitazione tra gli attivisti delle associazioni gay, dei diritti umani e di lotta all’aids è ora altissima. Nei giorni scorsi era stato celebrato il Pride in quattro grandi città: Bombay, Delhi, Chennai e Bangalore, un evento che dà l’idea di come il movimento trovi forza e si stia espandendo rapidamente“.

Alle amiche e agli amici di AUT e del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lancio una proposta (e per farlo, uso lo spazio che con generosità mi concedono per raccontarvi di come va il movimento fuori dall’Italia). Nel 2011, quando a Roma ci sarà l’importantissimo Euro Pride, proviamo ad avere tra i partecipanti una delegazione dall’India e ad organizzare una tavola rotonda. Tema: “come si combatte per i diritti delle persone lgbt nel mondo”. La mia convinzione è che sarà utile per svecchiare e internazionalizzare un movimento italiano asfittico e sempre più alle prese con questioni “di bottega” piuttosto che con le reali necessità della lotta.

Anche noi abbiamo un gran bisogno di magnifiche notizie come quelle giunte in questi giorni dalla lontana eppur vicina India.

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Magnifica India di Maurizio Cecconi - AUT, agosto 2009

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