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I papi e il sesso
Troverete più scopate in questo saggio che nella raccolta completa dei film di Cadinot.
Due Giovanni XXIII a Bologna
Fino al 1947, se aveste scorso l’elenco ufficiale dei pontefici, avreste trovato un altro Giovanni XXIII, che a Bologna, come vedremo, dimostrò di che pasta era fatto. Se il Cardinale Roncalli ha potuto usufruire del nome di quel lontano e terribile predecessore, è perché nel frattempo era stato dichiarato “antipapa”, quindi non riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, nonostante da un Concilio fosse stato eletto. Ma andiamo con ordine.
Nel lontano 1410 Luigi II d’Angiò, re di Napoli e di Gerusalemme e gonfaloniere della Chiesa, convinse i cardinali, riuniti nel Concilio di Pisa per eleggere il nuovo Papa, che il candidato giusto era quello di Baldassarre Cossa, che assunse il nome di Giovanni XXIII.
Giovanni XXIII – leggiamo nell’utile testo di Eric Frattini, “I Papi e il sesso”, edito dai tipi della Ponte alle Grazie – “era un pirata, un mercenario, un lussurioso, un pederasta, uno stupratore, un avaro, un ingordo e uno spietato assassino”.
Da giovane, mentre studiava diritto a Bologna, Cossa era famoso tra la popolazione perché amante del sesso e della lussuria. Terminati gli studi, ricevette la nomina a tesoriere papale. La carica gli permise di controllare le finanze dello Stato Pontificio e per aumentare gli introiti, vendette importanti cariche ecclesiastiche a nobili e a ricche famiglie in cerca di un quarto di aristocrazia. In cambio di ingenti somme di danaro, raccomandava presso alcuni prestigiosi conventi delle giovani e vergini donne, figlie di nobili, non prima di averle deflorate; faceva parte del prezzo da pagare. Alcune di queste ragazze, le più belle, furono persino vendute ai saraceni, all’insaputa delle famiglie. In seguito, Cossa contribuì all’elezione al trono pontificio di Bonifacio IX che, per ringraziarlo, lo nominò cardinale e legato papale a Bologna. Nella sua nuova veste, tra i suoi primi atti, troviamo la decisione di bloccare il cantiere di San Petronio, iniziato nel 1390, e di vendere tutti i materiali edili, ammassati in piazza Maggiore, a privati.
Le cronache del tempo – continua Frattini – riportano che, da quando il Cardinale Cossa s’era insediato nella tranquilla città emiliana, “s’era attorniato da quasi duecento donzelle, spose e vedove e molte suore”. I bolognesi lo accusavano di aver sedotto molto donne sposate, poi uccise dai mariti o dai padri “disonorati”. Cossa, con un decreto, inaugurò il prossenitismo, importando nella città felsinea quanto già in voga a Roma: le prostitute dovevano pagare al legato papale una tassa sui loro guadagni, calcolata in base al numero di prestazioni sessuali praticate. Tale tassa, a Bologna, fu poi estesa anche ai panettieri, alle case da gioco, ai venditori di vino, facendo del Cardinale Cossa uno degli uomini più ricchi d’Italia.
Leonardo Aretino, segretario personale di Cossa durante i suoi nove anni di permanenza come cardinale a Bologna, ne magnificò le doti di grande inquisitore con queste parole che, lette oggi, continuano a trasmettere un brivido di terrore: “Giorno dopo giorno, una moltitudine di persone di entrambi i sessi, bolognesi e forestieri, veniva trascinata verso la morte con diverse accuse, tanto che la popolazione di Bologna si ridusse a quella di una cittadina. I sopravvissuti riuscirono a prosperare rapidamente”.
Alla morte dell’antipapa Alessandro V, Cossa si adoperò per indire, grazie alle sue ingenti risorse finanziarie, il Concilio di Pisa, che destituì il papa Gregorio XII (nel frattempo succeduto a Bonifacio IX) e il papa avignonese Benedetto XIII. Di tre uno e prese il nome di Giovanni XXIII.
Giovanni XXIII fu in seguito accusato di essere, tra le altre imputazioni, “un ateo e un mutilatore di cardinali”. A molti prelati “disobbedienti”, infatti, fece tagliare la lingua, le dita delle mani e il naso. Ebbe rapporti incestuosi con due sue sorelle. Giovanni XXIII sostenne che, siccome non le sottoponeva a penetrazione vaginale, bensì anale, commetteva solamente un peccato lieve.
La situazione di estrema conflittualità, data dalla presenza in contemporanea di tre papi, portò Giovanni XXIII a indire il Concilio di Costanza, nel 1414, con l’intento di riappropriarsi della sede romana, occupata da Gregorio XII. Il Concilio non volse a suo favore.
Davanti al Concilio furono presentate delle accuse a Giovanni XXIII, per motivarne la richiesta di deposizione, capi d’imputazione così riassunti in una cronaca del tempo: “E’ poco probabile che in precedenza si fossero presentati contro un uomo settanta capi d’accusa tanto abominevoli come quelli rivolti al vicario di Cristo. Prima di emettere il verdetto finale, furono ritirate le accuse di sedici delle depravazioni più indescrivibili, non per rispetto al Papa, ma alla pubblica decenza”. Sebbene le accuse di pirateria, assassinio, violenza carnale, sodomia e incesto furono ritirate, Giovanni XXIII fu accusato di essere un bugiardo, un vizioso, di aver portato sulla cattiva strada con i propri consigli Papa Bonifacio IX, di essere entrato a far parte del Collegio Cardinalizio grazie al danaro, di aver regnato come un tiranno e con estrema crudeltà, di aver assassinato in massa i cittadini di Bologna, di aver avvelenato l’antipapa Alessandro V, di non credere nella resurrezione e nella vita eterna, di essersi abbandonato a piacere animali, di essere la reincarnazione del Diavolo, di aver avuto rapporti sessuali con oltre trecento suore, di aver violentato le sue sorelle e di aver ordinato l’arresto di un’intera famiglia per poter abusare della madre, del padre e dei loro tre figli.
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