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Articoli marcati con tag ‘Crisi’

Crisi greca, “piccole” cautele ad uso di chi la considera un paradigma

La crisi dell'euro e della Grecia

Sono mesi che la Grecia, per la sinistra anti-liberista, è assunta a paradigma di una popolazione strangolata dai meccanismi finanziari e che, in ragione della distruzione dello stato sociale, passa dall’inerzia alla ribellione ai dogmi dell’Unione Europea, della Bce e del Fmi.

Pur se costruita in buona fede, questa è un’immagine caricaturale della crisi greca, che ha altre origini e, dunque, altre possibili soluzioni rispetto al “fallimento programmato”, più volte invocato dai movimenti no-global.

La crisi greca ha infatti un nome e un cognome: uno stato assistenziale ipertrofico, la corruzione diffusa ad ogni livello dell’apparato statale, l’assenza di scrupoli del ceto politico che ha, per anni, alterato i dati dei bilanci dello stato, nascondendo la crescita esponenziale del debito pubblico.

Qualche dato: in Grecia si va in pensione a 50 anni (vogliamo parlarne?); esistono migliaia di persone morte che riscuotono anche dall’aldilà la pensione, in quanto lo stato non ha mai creato un sistema di controlli e verifiche; la bilancia commerciale segna una esportazione ogni tre importazioni, ovvero i greci consumano tre volte tanto quanto producono; un numero di impiegati pubblici quattro volte superiore alle necessità, a causa del clientelismo politico.

E nonostante questi numeri da elefantiasi, è bassa la qualità dei servizi scolastici e sanitari.

Queste condizioni sono la causa della crisi del debito sovrano greco e sono altresì la causa della profonda ingiustizia sociale esistente nel paese ellenico.

I greci hanno davanti una doppia opportunità: rimettere in discussione le corporazioni e procedere a una redistribuzione della ricchezza.

La questione, banalmente, è: pagheranno la ristrutturazione dello stato le fasce povere della popolazione o il governo socialista sarà in grado d’imporre la necessaria patrimoniale?

Per ora assistiamo al triste spettacolo di una sinistra anti-liberista greca incapace di parlare al futuro e impegnata a difendere privilegi e distorsioni, linea ribadita col nuovo sciopero generale.

Fratelli nel nome dell’esenzione e del privilegio

Rosy Bindi e Pierferdinando Casini

Rosy Bindi è la presidente del Pd; Pierferdinando Casini è il leader dell’Udc.

Bindi era iscritta alla Democrazia Cristiana; anche Casini era iscritto alla Dc.

Bindi è vergine, non è sposata ma una volta, tanto tempo fa, ha avuto un fidanzato. Casini non s’è negato le gioie d’un paio di matrimoni, grazie al favore concessogli dal Tribunale della Sacra Rota, che ha annullato il primo e salvaguardato la sua ortodossia religiosa.

Bindi vuole Bersani premier, Bersani vuole se stesso Primo Ministro ma il suo gran elettore D’Alema pensa che sia meglio che Casini diventi Presidente del Consiglio, per salvarlo dal matrimonio con la destra. Casini sa che qualunque alleanza stipuli, con la destra e la sinistra, comunque vincerà. E insieme a lui trionferà la Chiesa Cattolica; non tutta per la precisione, ma l’ala più guerrigliera, legata a doppio filo a Ruini, a Bagnasco, alla Cei e alle immense ricchezze di quest’ultima – Casini infatti non gode delle simpatie di Bertone, segretario di stato del Vaticano.

In questi tempi di crisi economica e finanziaria, verrebbe naturale rimettere in discussione i privilegi fiscali di cui gode la Chiesa, ma né Bindi né Casini intendono mettere mano a questo capitolo. Entrambi intendono proteggere l’intoccabilità dei tesori cattolici, costruiti coi soldi dei contribuenti. Entrambi sostengono che i contributi pubblici finanziano attività sociali, ma è una menzogna: più dell’80% dell’8×1000 viene speso per il mantenimento del clero e delle gerarchie.

Per questo tipo di bugie la Chiesa dispensa ringraziamenti e non richiede confessioni.

Fratelli nel nome dell’esenzione e del privilegio.

Un governo di dementi

Grazie

Siccome in Italia c’è troppo lavoro, s’è deciso d’aumentare l’età a cui le donne andranno in pensione.

Siccome c’è poco lavoro, s’è deciso di rendere determinato il contratto indeterminato e di derogare al contratto nazionale.

Siccome c’è troppo lavoro, s’è deciso di disincentivare le pensioni d’anzianità.

Siccome c’è troppo lavoro, s’è deciso di accorpare alla domenica le festività civili.

Siccome c’è scarso potere d’acquisto e crisi dei consumi, s’è deciso di congelare per due anni il TRF (trattamento di fine lavoro) degli impiegati statali e di toglier loro persino la tredicesima se non rispetteranno a testa china gli obiettivi di produzione.

Siccome c’è scarso potere d’acquisto e crisi dei consumi, s’è deciso di ridurre ulteriormente i finanziamenti a Regioni e Comuni, che a loro volta taglieranno nuovamente i servizi ai cittadini e questi ultimi pagheranno ancora più per avere sempre meno.

Non una misura utile a favorire la redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso.

Solo attacchi ai diritti di chi è meno potente: i lavoratori dipendenti, i precari, i pensionati.

Non una misura per favorire lo sviluppo (e dunque l’aumento delle entrate fiscali).

Il fallimento dell’Italia è dunque più vicino.

Grazie.

Raffaele Donini e la laicità innominata

Raffaele DoniniDa pochi giorni s’è concluso il congresso provinciale del Partito Democratico di Bologna, che ha eletto quale suo nuovo segretario Raffaele Donini. Elezioni che hanno registrato la partecipazione di pochi iscritti, il 20%, e come risultato una percentuale “bulgara” per l’ex sindaco di Monteveglio.

Grazie a Radio Radicale, ho potuto ascoltare la registrazione audio del congresso e la prima importante relazione del neo segretario, da leggere e interpretare come il panorama politico/ideale entro cui si muoverà la nuova dirigenza.

Dopo una parte dedicata alla crisi economica e alle strategie del PD per riconquistare la fiducia dei cittadini dopo il capitombolo immorale di Delbono, Donini affronta il tema dei drammatici tagli alla scuola, che non definisce mai “pubblica”, bensì parte di “un sistema complessivo”.

La traduzione è: per noi democratici la scuola è sia quella pubblica e quella privata e difendiamo entrambe. Peccato che nessun potere forte (Governo, Vaticano) attacchi la seconda, che continua a godere indisturbata dei suoi privilegi e finanziamenti – questi sì cospicui e “pubblici” -, erogati dalle istituzioni di ogni ordine e grado: Ministero, Regione, Provincia, Comune. Il primo è vittima della direzione mercantile-clericale della Gelmini e delle destre berlusconiane; in Emilia, il secondo e il terzo sono governati dal centrosinistra, di cui il Partito Democratico è l’indiscussa forza di riferimento; il quarto, il Comune, stanno ragionando appunto su come riconquistarlo. La questione, dunque, è di massima attualità, perché permette di verificare dal vivo se esiste una differenza tra destra e sinistra sui temi della difesa della scuola pubblica e della laicità. Attualmente, tutte e quattro le Istituzioni finanziano le scuole private, in barba alla Costituzione.

“Ahi! Ahi! Ahi! Che brutta parola, che dolore mi causi nel pronunciarla!”, avrebbe potuto esclamare un delegato al congresso provinciale del PD; per non causare malori in sala, Donini non l’ha mai nominata questa “benedetta e maledetta” laicità. Come se non fosse uno dei principi cardine dello stato repubblicano e della nostra Costituzione, tanto brandita a parole quanto disattesa nella sostanza (spesso dalle stesse persone che se ne fanno smemorati alfieri).

E allora ricordiamolo cosa dice la nostra Carta. All’articolo 33 così troviamo scritto:

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Credo si possa affermare che le madri e i padri costituenti siano stati sufficientemente chiari: chi vuole fondare una scuola privata, di qualunque orientamento ideologico e confessionale, è libero di farlo. Lo Stato non può impedirlo né sovvenzionarla. (Inciso. Da questo stesso articolo, discende l’ovvia conseguenza che la circolare del direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bologna, Limina, che s’è espresso contro le critiche del corpo insegnante alle politiche governative, è incostituzionale, quindi inapplicabile: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.)

In conclusione, due considerazioni.

La prima: se il segretario del Partito Democratico di Bologna non nomina la laicità, la laicità soffre e boccheggia, perché è qui, tra le fila dell’ultimo partito di massa dell’ex sinistra italiana che dovrebbe avere i suoi maggiori, naturali e coerenti sostenitori. Il sintomo della rimozione non lascia sperare in possibili evoluzioni positive nel breve e medio periodo. I laici sono avvertiti: o si attardano in un lungo e faticoso lavoro interno al partito – che durerà decine d’anni e che non ha garanzie di successo – o si danno da fare da un’altra parte.

La seconda: se non la vuole/può nominare come punto di riferimento politico/ideale perché dispiacerebbe a una fetta consistente dei dirigenti del partito (specie quelli cattolici), Donini qualche segno opposto l’ha però lanciato. Ha dichiarato, in un’intervista a Repubblica, di sostenere l’estensione del welfare alle coppie di fatto (i maldefiniti “DiCo all’emiliana”) e al testamento biologico. Piccoli segnali, provvedimenti concreti (e auspicabili) e che sicuramente rientrano tra le battaglie per uno Stato più libero e solidale. Manca il coraggio intellettuale di rivendicarli non come azioni isolate, ma come parte di un orizzonte politico: la laicità appunto. Una posizione debole e poco lucida, non all’altezza della guerra che il Vaticano ha dichiarato alla laica e libera Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Rifiutarsi di raccogliere questa sfida e di usare concetti, categorie e strumenti all’altezza delle avversità che il momento storico ci impone di vivere, equivale a condannare il nostro paese, per gli anni presenti e a venire, a un furioso clericalismo, alla restrizione delle libertà individuali e alla sparizione dei diritti civili.

Maurizio Cecconi

Quella pazza idea di andare in pensione

Le donne in pensione a 65 anniL’Unione Europea ci invia un secondo richiamo: l’Italia deve parificare l’età della pensione per gli uomini e per le donne che lavorano nella Pubblica Amministrazione. Attualmente è di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne.

La questione viene dibattuta a senso unico: equiparare equivale a innalzare a 65 anche per le donne l’etè della pensione.

Siamo sicuri che sia una buona idea? (Domanda retorica).

In un paese in cui aumenta drammaticamente la disoccupazione – tanto da doverla considerare come elemento costitutivo del sistema economico finanziario/capitalista -; dove i giovani non trovano impiego, né precario né tantomeno stabile, fin oltre i trentanni; in cui si registrano picchi di invecchiamento nella porzione di popolazione attiva nelle fabbriche e negli uffici; dove il ricambio generazionale è una chimera che ti fa invecchiare a forza di discuterne e ti ritrovi cinquantenne senza averlo mai avvistato, è corretto proporre di aumentare la permanenza delle donne al lavoro?

O non sarebbe meglio, partendo proprio dalla Pubblica Amministrazione, andare nella direzione opposta, equiparando sì l’età della pensione per uomini e donne, e diminuendola complessivamente a 60 anni?

Quante possibilità si aprirebbero per lo Stato! Stabilizzazione dei precari, fine delle politiche di esternalizzazione dei servizi, riqualificazione e snellimento della burocrazia italiana, nuove energie, nuove idee.

I conti dell’INPS sono in attivo. Ce lo potremmo permettere, con qualche accorgimento. E faremmo un passo in avanti, basato sull’innovazione, verso il superamento della crisi economica.

Una buona, pazza idea quella di andare prima in pensione.

Verrà anche solo valutata, presa in considerazione? No. Si ragiona solo per sottrazione, tanto a destra, quanto a sinistra, nei partiti e nei sindacati, da decenni in posizione di difesa di diritti sempre più fragili e inconsistenti.

A un passo dalla bancarotta

Grafico delle scadenze del debito sovrano dell'ItaliaCiò che non vi dicono – né la maggioranza né le opposizioni – è che la manovra da 24 miliardi euro varata dal Governo Berlusconi è solo l’inizio.

Da qui al 2012, in tre anni, dovremo far fronte a 611.9 miliardi di debito in scadenza. I mercati internazionali non ci danno fiducia e i CDS (Credit Default Swaps) sul debito sovrano dell’Italia sono saliti del 70% in appena due settimane.

In altre parole, siamo a un passo dalla bancarotta. I soldi per evitarla li prenderanno ai soliti poveri cristi, i lavoratori dipendenti.

Tremonti offre l’aperitivo

Finanziaria 2010Dopo aver approvato una finanziaria classista, che scarica sui lavoratori dipendenti (soprattutto pubblici) e sulle regioni (quindi sui servizi che queste attuano, in primis la sanità per tutti) il peso della crisi innescata dalle speculazioni internazionali; dopo aver negato per due anni che ci fosse una crisi e che semmai era già superata, eccoli andare al bar, alcuni dei protagonisti della macelleria sociale del Governo Berlusconi.

Questi i dialoghi che si sono scambiati, come riportato dal sito de “La Repubblica”.

All’indomani della manovra da 24 miliardi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti scherza con Umberto Bossi e il figlio Renzo. Nel cortile della Camera, Tremonti prende in giro il neo eletto consigliere regionale della Lombardia: “Tagliamo i consigli regionali, neanche sei arrivato, già ti tagliamo…”. Ma a Umberto Bossi si presenta subito l’occasione per ribattere, nella buvette di Montecitorio: “Tremonti, hai appena preso 24 miliardi, pagalo te l’aperitivo”

Cieco

Silvio BerlusconiSilvio Berlusconi:
“Questa crisi non è un dramma”
21 Gennaio 2009.

Silvio Berlusconi:
“La crisi c’è. Per non vederla sarei dovuto essere cieco”
26 Maggio 2010.

Che fine farà l’Europa? E gli europei?

Me lo sono chiesto qualche giorno fa, pubblicando le mie riflessioni in questo breve scritto.

Desidero tornare sull’argomento (e temo ci sarà necessità di tornarci sopra ancora per molti mesi, forse anni) segnalando un articolo pubblicato su L’Unità, a firma di Loretta Napoleoni.

Napoleoni analizza il piano di salvataggio approvato dall’Unione Europea, che prevede 750 miliardi di euro di finanziamenti per gli stati in difficoltà e che saranno reperiti sui mercati emettendo bond, ovvero indebitando i già fragili bilanci statali e federali. La conclusione dell’economista è paradigmatica del dilemma a cui ci troviamo tutti di fronte:

Il problema più serio è chi nel lungo periodo si accollerà il debito, i già indebitatissimi contribuenti europei? E tutte le piazze affari concordano che costoro non ce la fanno a tirare ulteriormente la cinghia. A che serve salvare l’Europa se per farlo dobbiamo sacrificarne gli abitanti?

Proseguo i consigli, suggerendo la lettura di due lunghi post di Mauro Zani, ex parlamentare europeo: Carlo Marx e Finanza per lo sviluppo.

Zani si concentra sulle cause prime del disastro e le individua nelle politiche liberiste, a cui la sinistra s’è accodata. Le sue conclusioni sono di prospettiva: dov’è il problema, come risolverlo, da dove ripartire.

La malattia è nel capitalismo. Né più, né meno. Ma allora bisogna curarlo. Domare e poi addomesticare la bestia selvatica che è in lui. Tener a freno il suo intrinseco essere asociale senza uccidere il suo spirito animale e vitale. Operazione complicata. Non impossibile. Solo logica, necessaria, urgente. In verità: umana. Alla luce degli eventi attuali e alla fin della fiera forse conviene ripartire dai grandi umanisti. Come Karl Marx. Con tutti i grani di sale che volete.

Ciò che Tremonti non dice (e la sinistra non sa)

Da questa lunga crisi usciremo con una crescita stentata e senza lavoro. Gli impieghi che si salveranno saranno ancor più precari. Saremo più poveri e ci saranno più poveri. La ricchezza sarà sempre più concentrata in poche e protette mani. In tutto il mondo, Italia compresa, a pagare il prezzo del dissesto finanziario/industriale saranno (sono) i ceti deboli. Le multinazionali e gli agglomerati bancari, causa prima delle speculazioni e dei danni da esse derivati, dopo un paio d’anni di accennata sobrietà, torneranno (sono già tornati) al loro allegro mestiere di sempre: rubare, col favore di legislazioni distratte e col sostegno degli stati nazionali. Aumenteranno (sono già aumentate) le imposte indirette, quelle che colpiscono tutti e in particolare i redditi più bassi; non sarà varata nessuna misura di sistema per tassare i patrimoni e i padroni. La parcellizzazione del lavoro produrrà una parcellizzazione delle lotte, col conseguente inasprirsi delle battaglie fraticide fra diseredati: autoctoni contro migranti, lavoratori dipendenti contro cocopro a vita. Sarà aumentata l’età della pensione, nonostante i giovani trovino un impiego solo verso i trent’anni e, spesso, ben più tardi. Le tecnologie di “labour saving” – ovvero la meccanizzazione del lavoro operaio – unite alla dislocazione delle centrali produttive in regioni del mondo con minori o assenti diritti sindacali, sono il naturale compimento dell’espulsione dell’umanità dalla produzione di ricchezza. La definitiva e più razionale messa a profitto del sapere scientifico. La società sarà più classista, cattiva di quanto oggi già non sia; solidarietà e uguaglianza e giustizia sociale sono espressioni che leggeremo nei testi di archeologia industriale e di storia della filosofia politica. L’impoverimento complessivo asseconderà il ritorno in grande stile dell’oscurantismo e del fanatismo religioso – ultima speranza e valvola di sfogo di emarginati e oppressi ad ogni latitudine –, capitanato da qualche anno, con intuito degno di nota, dal Vaticano. Esploderanno nuove e più devastanti guerre. Che l’Europa della moneta unica e delle direttive liberiste si salvi o affondi è una variabile secondaria. La sinistra che fu si candida a gestire questo presente e questo futuro come un amministratore di condominio si prepara ad una riunione di piccoli proprietari immobiliari riottosi e rabbiosi: assumendo valium.
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