Articoli marcati con tag ‘Costituzione’
CSM, accordo nel segno dell’omofobia
Nonostante un appello della società civile indirizzato al Partito Democratico e sottoscritto da autorevoli parlamentari della stessa forza politica, affinché scegliesse candidati di qualità e non secondo logiche di spartizione, s’è consumato quanto previsto fin dall’inizio: sarà eletto un candidato dell’UDC, col sostegno determinante del PD e del PDL.
In cambio, al PDL l’UDC darà una mano a far passare la legge-bavaglio sulle intercettazioni. Il sostegno del PD al candidato centrista è invece una scelta della segreteria Bersani e di D’Alema: coltivare, in ogni modo, l’alleanza col partito del Vaticano.
Già così ce n’è abbastanza per schifarsi (un poco, ma non troppo, data la mole di vicende per le quali indignarsi).
Per noi lgbt c’è una ragione in più. Perché noi froci, lesbiche e trans, questo Michele Vietti sappiamo bene chi è.
Come ci ha ricordato Franco Grillini – che a nome dell’IDV ha espresso voto contrario alla sua elezione -
“Vietti, a nome dell’UDC, è stato l’autore dell’affossamento della legge sull’omofobia, attraverso una mozione di incostituzionalità dai contenuti fortemente offensivi verso la comunità omosessuale italiana. Si tratta, quindi, di un esponente niente affatto centrista e niente affatto moderato che esprime in materia di laicità e di diritti civili posizioni di estrema destra che non possono essere condivise da uno schieramento di centro sinistra”.
Queste le parole, di cui Vietti fu primo firmatario, contenute nelle pregiudiziali di incostituzionalità che uccisero sul nascere la proposta Concia di legge contro l’omofobia:
“La disposizione viola il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione con riferimento al canone della ragionevolezza in quanto l’inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’articolo 61 del codice penale della circostanza di aver commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compreso incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo“.
Traduco in linguaggio non giuridico: secondo Vietti e l’UDC, prevedere un’aggravante per le violenze compiute in base all’orientamento sessuale leggittimerebbe altresì la pedofilia, l’incesto, la zoofilia, il sadismo, la necrofilia e il masochismo. Chiaro, no?
Ancora una volta: Grazie Partito Democratico per l’aiuto che ci dai. Siamo con te.
Regione Emilia-Romagna. I matrimoni civili sorpassano quelli religiosi, aumentano le coppie di fatto
La Regione Emilia-Romagna ha pubblicato i dati – a cura dell’ufficio statistiche – relativi ai matrimoni nel 2008.
Si delinea il quadro di una società ampiamente secolarizzata: i matrimoni civili sorpassano quelli religiosi e aumentano le coppie di fatto.
La politica ha recentemente fatto fronte ai cambiamenti della società emiliano-romagnola, estendendo l’accesso ai servizi sociali anche le coppie di fatto.
Su questo tema (e alla luce di questi dati) è importante far di più e di meglio. Per esempio, essendo la Regione, in base al Titolo V della Costituzione, responsabile dell’organizzazione sanitaria, potrebbe da subito sancire che le porte degli ospedali siano aperte ai partner conviventi. E’, questa, una misura di umanità che rientra nel “minimo sindacale”.
La proposta, lanciata dal democratico Sergio Lo Giudice e dalla Rete Laica Bologna, dovrebbe essere raccolta dalle associazioni lgbt, fatta propria e presentata al nuovo Assessore alla Sanità, Carlo Lusenti.
Obama docet.
Raffaele Donini e la laicità innominata
Da pochi giorni s’è concluso il congresso provinciale del Partito Democratico di Bologna, che ha eletto quale suo nuovo segretario Raffaele Donini. Elezioni che hanno registrato la partecipazione di pochi iscritti, il 20%, e come risultato una percentuale “bulgara” per l’ex sindaco di Monteveglio.
Grazie a Radio Radicale, ho potuto ascoltare la registrazione audio del congresso e la prima importante relazione del neo segretario, da leggere e interpretare come il panorama politico/ideale entro cui si muoverà la nuova dirigenza.
Dopo una parte dedicata alla crisi economica e alle strategie del PD per riconquistare la fiducia dei cittadini dopo il capitombolo immorale di Delbono, Donini affronta il tema dei drammatici tagli alla scuola, che non definisce mai “pubblica”, bensì parte di “un sistema complessivo”.
La traduzione è: per noi democratici la scuola è sia quella pubblica e quella privata e difendiamo entrambe. Peccato che nessun potere forte (Governo, Vaticano) attacchi la seconda, che continua a godere indisturbata dei suoi privilegi e finanziamenti – questi sì cospicui e “pubblici” -, erogati dalle istituzioni di ogni ordine e grado: Ministero, Regione, Provincia, Comune. Il primo è vittima della direzione mercantile-clericale della Gelmini e delle destre berlusconiane; in Emilia, il secondo e il terzo sono governati dal centrosinistra, di cui il Partito Democratico è l’indiscussa forza di riferimento; il quarto, il Comune, stanno ragionando appunto su come riconquistarlo. La questione, dunque, è di massima attualità, perché permette di verificare dal vivo se esiste una differenza tra destra e sinistra sui temi della difesa della scuola pubblica e della laicità. Attualmente, tutte e quattro le Istituzioni finanziano le scuole private, in barba alla Costituzione.
“Ahi! Ahi! Ahi! Che brutta parola, che dolore mi causi nel pronunciarla!”, avrebbe potuto esclamare un delegato al congresso provinciale del PD; per non causare malori in sala, Donini non l’ha mai nominata questa “benedetta e maledetta” laicità. Come se non fosse uno dei principi cardine dello stato repubblicano e della nostra Costituzione, tanto brandita a parole quanto disattesa nella sostanza (spesso dalle stesse persone che se ne fanno smemorati alfieri).
E allora ricordiamolo cosa dice la nostra Carta. All’articolo 33 così troviamo scritto:
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
Credo si possa affermare che le madri e i padri costituenti siano stati sufficientemente chiari: chi vuole fondare una scuola privata, di qualunque orientamento ideologico e confessionale, è libero di farlo. Lo Stato non può impedirlo né sovvenzionarla. (Inciso. Da questo stesso articolo, discende l’ovvia conseguenza che la circolare del direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bologna, Limina, che s’è espresso contro le critiche del corpo insegnante alle politiche governative, è incostituzionale, quindi inapplicabile: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.)
In conclusione, due considerazioni.
La prima: se il segretario del Partito Democratico di Bologna non nomina la laicità, la laicità soffre e boccheggia, perché è qui, tra le fila dell’ultimo partito di massa dell’ex sinistra italiana che dovrebbe avere i suoi maggiori, naturali e coerenti sostenitori. Il sintomo della rimozione non lascia sperare in possibili evoluzioni positive nel breve e medio periodo. I laici sono avvertiti: o si attardano in un lungo e faticoso lavoro interno al partito – che durerà decine d’anni e che non ha garanzie di successo – o si danno da fare da un’altra parte.
La seconda: se non la vuole/può nominare come punto di riferimento politico/ideale perché dispiacerebbe a una fetta consistente dei dirigenti del partito (specie quelli cattolici), Donini qualche segno opposto l’ha però lanciato. Ha dichiarato, in un’intervista a Repubblica, di sostenere l’estensione del welfare alle coppie di fatto (i maldefiniti “DiCo all’emiliana”) e al testamento biologico. Piccoli segnali, provvedimenti concreti (e auspicabili) e che sicuramente rientrano tra le battaglie per uno Stato più libero e solidale. Manca il coraggio intellettuale di rivendicarli non come azioni isolate, ma come parte di un orizzonte politico: la laicità appunto. Una posizione debole e poco lucida, non all’altezza della guerra che il Vaticano ha dichiarato alla laica e libera Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Rifiutarsi di raccogliere questa sfida e di usare concetti, categorie e strumenti all’altezza delle avversità che il momento storico ci impone di vivere, equivale a condannare il nostro paese, per gli anni presenti e a venire, a un furioso clericalismo, alla restrizione delle libertà individuali e alla sparizione dei diritti civili.
Maurizio Cecconi
Il Vaticano paga il suo debito con la Lega Nord
La CEI – Conferenza Episcopale Italiana – promuove il federalismo, a patto che sia “equlibrato con le istanze fondamentali dell’unità della nazione”. Secondo il segretario generale della CEI il processo federalista può “certamente” rafforzare l’unità tra Nord e Sud d’Italia e i “principi fondamentali” della Costituzione “hanno bisogno evidentemente di una traduzione direi equilibrata con le istanze federaliste”.
E con questo esplicito appoggio alla truffa del federalismo fiscale propugnato dalla Lega Nord, il Vaticano salda il suo debito, ricompensando i tenaci oppositori della pillola abortiva RU486, di una legge libertaria sul testamento biologico e della riforma del diritto di famiglia e l’estensione dello stesso alle persone omosessuali.
Sono lontani i tempi in cui i massimi dirigenti del partito polemizzano ferocemente con la gerarchia cattolica, sull’immigrazione, sulla cittadinanza, quando la Lega Nord accusava la Chiesa Cattolica di ingerenze nella politica italiana. Oggi la Lega Nord è un partito pienamente clericale e legittimato da Oltretevere.
P.S.: Rimanendo in tema di federalismo, fa impressione notare che nello stesso giorno in cui la Chiesa Cattolica è intervenuta sul tema, scopriamo che il Vaticano “sospese a divinis il frate che confessò Cavour in punto di morte, senza costringerlo a rinnegare l’Unità d’Italia”.
Biotestamento, la destra va avanti e arriva in finale
Ancora un voto – quello dell’Aula di Montecitorio – e il testo liberticida e incostituzionale, che espropria i cittadini del diritto di scegliere come morire, imponendo loro alimentazione e idratazione forzata, sarà legge.
Voluta dalla destra, dal Governo Berlusconi e dal Vaticano, cancellerà di fatto il diritto all’autodeterminazione previsto dall’art.32 della nostra Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Per Ignazio Marino, il testo del disegno di legge è “una vera sopraffazione”. “Il PDL non ha voluto modificare la sostanza della legge sul testamento biologico, ribadendo una posizione che va contro la libertà di scelta degli individui e va contro la Costituzione che sancisce invece tale diritto”.
Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione
Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione
di Persio Tincani, docente di filosofia del diritto, Università di Bergamo
La vicenda del matrimonio omosessuale in Corte costituzionale si è conclusa nel modo che in molti prevedevano, cioè con un sostanziale rigetto delle questioni di costituzionalità rimesse dalla corte d’appello di Trento e dal tribunale di Venezia. Che la decisione fosse, in questo senso, prevedibile non ha, però, nulla a che vedere con la questione in sé (il matrimonio omosessuale è compatibile con la Costituzione?) e molto a che vedere con il fatto che non dobbiamo fingerci vergini, del tipo di quelle convinte che ci sia sempre un giudice a Berlino. Che la Corte avrebbe respinto le questioni, insomma, eravamo più o meno tutti ragionevolmente certi, tanto i favorevoli al matrimonio omosessuale, ovvero la stragrande maggioranza dei giuristi italiani, quanto la minoranza dei giuristi contrari.
Tutti o quasi tutti, infatti, consideravano assai improbabile che la Corte avrebbe deciso nel senso dell’ammissibilità del matrimonio omosessuale, in quanto la questione è stata caricata (non importa adesso quanto ciò sia stato fatto ad arte) di un significato politico pressoché esclusivo, che ha finito per far passare nelle retrovie il fatto che si tratti, come ogni altra questione posta di fronte alla Consulta, di una faccenda di leggi e di diritto.
Al di là delle argomentazioni sostenute da ciascuno per la tesi della fondatezza o dell’infondatezza dei particolari rilievi di costituzionalità presenti nei due atti con i quali le corti hanno posto la questione di fronte alla Consulta, e ancor di più al di là degli argomenti che ciascuno adduce per l’ammissibilità o per l’inammissibilità del matrimonio omosessuale nel nostro ordinamento, nessuno avrebbe scommesso sul fatto che una parola definitiva sarebbe stata pronunciata dalla Corte in merito.
Ciò che stupisce, quindi, non è che la Corte abbia dichiarato non fondate le questioni di costituzionalità, ma il modo in cui lo ha fatto, cioè con una sentenza, la n. 138/2010 (15 aprile), assai criticabile, sia sotto il profilo della tecnica giuridica, sia sotto il profilo della mera coerenza argomentativa. I passaggi argomentativi fallaci o discutibili della sentenza sono molti. Qui mi limito a segnalarne uno.
Ulteriori riflessioni sulla sentenza costituzionale sul matrimonio gay
Ulteriori riflessioni sulla sentenza costituzionale sul matrimonio gay
di Ezio Menzione e Susanna Lollini
Le sentenze della Corte Costituzionale è bene leggerle e rileggerle più volte per trarne, nel bene e nel male, ogni implicazione possibile. Nel caso della recentissima sentenza sul matrimonio gay (la 138 del 2010), data l’importanza della materia e l’autorevolezza del consesso giudicante, è giusto notare che essa non solo riconosce piena dignità e postula parità di diritti per le coppie dello stesso sesso – pur riconoscendo che non è obbligatorio il ricorso al matrimonio – ma diventa anche più importante se, andando oltre questo quadro generale, si riesce e cogliere dei dettagli molto rilevanti in essa contenuti. Anche sotto questo aspetto, quindi, si può dire che la battaglia che ha portato alla Consulta il matrimonio gay, lungi dall’avere registrato una netta sconfitta, è stata quasi una vittoria, o almeno ha aperto delle grosse possibilità.
Prima di tutto salta agli occhi che, nel rinviare al Parlamento come unica autorità che può decidere in materia, la Corte richiede espressamente che si arrivi ad una disciplina “di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia”. Con tale affermazione la Corte sgombra il campo da tutte quelle ipotesi di regolamentazione pattizia e privatistica che pure negli ultimi anni sono state avanzate. Vi ricordate? andare dal notaio, stipula di contratti matrimoniali, utilizzo di strumenti privatistici ecc.ecc. Le varie componenti del parlamento, di destra e di sinistra, si erano sbizzarrite con voli di fantasia su questi punti. Orbene, la Corte richiede che la disciplina sia invece “generale”, cioè uguale per tutti, cioè, ancora, sostanzialmente pubblicistica, poiché solo una regolamentazione pubblicistica può garantire una generale uniformità.
Ma non basta. La Corte, dopo avere auspicato (richiesto) che il Parlamento intervenga, si riserva di valutare se tale intervento (la futura legge) garantisca un “trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza”. Chi dunque pensasse di cavarsela con una leggina al ribasso, nella quale mancassero i capisaldi sostanziali per una parificazione, nei diritti e nei doveri, alla coppia eterosessuale, avrebbe fatto i conti senza l’oste, perché la Corte rimane lì, pronta a garantire l’omogeneità di trattamento. Si potrà poi discutere se la “omogeneità” corrisponda alla “uguaglianza” (e si direbbe di no), ma certo significa che l’istituto esistente (il matrimonio) e quello a venire (l’unione omosessuale) dovranno avere la stessa pregnanza e ampiezza di contenuti.
Sulle coppie gay l’Alta Corte non chiude
Sulle coppie gay l’Alta Corte non chiude
di Vittorio Angiolini
L’Unità, 16 Aprile 2010 [Scarica l'articolo]
La decisione della Corte costituzionale sul matrimonio gay, letta la motivazione, non si esaurisce affatto nel rinviare il problema alla “discrezionalità” del legislatore.
Anzitutto, la Corte – e non è poco – riconosce che, nell’art. 2 della Costituzione: “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Il legislatore ha dunque da intervenire, ma solo per scegliere tra diverse modalità della protezione da accordare alla coppia omosessuale in applicazione di un diritto che è direttamente garantito dall’art. 2 della Costituzione. Inoltre, tra le soluzioni praticabili per la protezione della coppia gay non è precluso al legislatore scegliere quella del matrimonio. Poiché, sempre secondo la Corte, la nozione di matrimonio e quella di famiglia dell’art. 29 della Costituzione non sono “cristallizzate”, ma da adeguare alla “evoluzione della società e dei costumi”. Anche se un tale adeguamento resta compito del legislatore e non può essere opera della Corte con una “interpretazione creativa”.
Infine, il legislatore non è neanche libero di rimanere inerte. Poiché, in assenza di una legge adeguata, per così dire chiudendo il cerchio, la Corte si riserva “la possibilità d’intervenire a tutela di specifiche situazioni (come è avvenuto per le convivenze more uxorio: sentenze n. 559 del 1989 e n. 404 del 1988). Può accadere, infatti, che, in relazione ad ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza”.
L’intervento del legislatore sul riconoscimento delle unioni omosessuali, pur non essendo a “rime obbligate”, è dunque costituzionalmente dovuto, per l’art. 2 della Costituzione, e da svolgersi senza dar adito a discriminazioni ingiustificate rispetto ai diritti già spettanti alle coppie sposate eterosessuali, poiché eventuali scelte discriminatorie, penalizzanti le coppie gay, sarebbero censurabili costituzionalmente per “irragionevolezza”.
Speriamo che, finalmente, il Parlamento faccia la sua parte, lasciando indietro pregiudizi vecchi e nuovi, di ogni risma e colore.
Vittorio Angiolini
Professore di Diritto Costituzionale
Avvocato delle coppie omosessuali in giudizio presso la Corte Costituzionale
Matrimoni gay, una sentenza nel vuoto
Matrimoni gay, una sentenza nel vuoto
di Ezio Menzione
Il Manifesto, 16 Aprile 2010 [Scarica l'articolo]
A tambur battente, all’indomani della notizia che la Corte Costituzionale aveva rigettato la richiesta di due giudici (uno veneziano e uno trentino) di dichiarare costituzionalmente illegittima la limitazione dell’istituto del matrimonio alle sole coppie eterosessuali, è uscita la motivazione della sentenza stessa, e così possiamo avere un’idea più chiara di come abbia ragionato la Corte.
Ci sono luci ed ombre, come quasi sempre in queste supreme decisioni, ma il punto chiave del ragionamento è quello che ruota intorno all’art. 2 della Costituzione, la norma che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e richiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Dato per scontato che l’unione fra due persone costituisce una formazione sociale, forse la più importante e fondante della nostra società, argomentavano i giudici che si erano rivolti alla Corte, quella fra due persone dello stesso sesso non può rimanere senza riconoscimento e senza tutela.
La Corte aderisce a questa impostazione: “Per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto della valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza fra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei temi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”. Però, aggiunge subito dopo la Corte: “Si deve escludere che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio”.
Il discorso è chiaro: alla coppia omosessuale è dovuto riconoscimento e tutela, ma essi non necessariamente passano attraverso l’istituto del matrimonio. Non è poco: è la prima volta che un simile approdo viene fatto proprio da un consesso così autorevole (il massimo, all’interno della magistratura: il giudice stesso delle leggi). D’ora in poi nessuno potrà più dire che le unioni omosessuali sono legalmente (e quindi socialmente) irrilevanti: esse fondano la nostra società tanto quanto quelle eterosessuali. Né il legislatore potrà più ignorare tale dato.
La sentenza è più debole (anche se, a dir la verità, scontata) quando passa ad esaminare il matrimonio come istituto riservato a coppie di sesso diverso. Gli argomenti sembrano essere tre: la tradizione, il fatto che il matrimonio è riconosciuto in funzione della tutela dei figli, il fatto che in occidente, e soprattutto in Europa, i trattati riconoscono ai singoli stati il diritto di legiferare in materia. La tradizione è argomento fragile: ognuno si costruisce la tradizione che gli interessa. La filiazione è argomento destinato a crollare, con l’incalzare della filiazione assistita e la maternità surrogata. La normativa comunitaria è vero che lascia liberi gli stati in tema di matrimonio, ma da anni ormai impone – in assenza di matrimonio – forme equivalenti di riconoscimento della coppia omosessuale.
Era difficile aspettarsi che la Corte accogliesse in toto la questione di costituzionalità ed estendesse il matrimonio alla coppia omosessuale: e infatti non lo ha fatto. Ma dal suo ragionamento viene fuori con chiarezza il riconoscimento di un deficit gravissimo di tutela delle coppie omosessuali e quindi un forte richiamo al legislatore perché individui altre forme di garanzia dei diritti anche di questi soggetti e delle loro unioni affettive e sessuali.
Ora tocca al legislatore colmare quel vuoto in maniera adeguata e non con escamotage. La corte, peraltro, si riserva di passare al setaccio del giudizio di costituzionalità la futura normativa che sarà prodotta in materia.
Il Parlamento, quindi, è avvisato: si metta all’opra e lavori bene.
Noi staremo a vedere. Anzi, no, ci muoveremo perché ciò avvenga.
Matrimoni gay, il Comitato nazionale “Sì, lo voglio!” sulle motivazioni della Corte Costituzionale
COMITATO NAZIONALE “SÌ, LO VOGLIO!”
16 APRILE 2010
COMUNICATO STAMPA
I portavoce del Comitato nazionale “Sì, lo voglio!” in merito
alle motivazioni della sentenza n. 138/2010 della Corte Costituzionale.
Abbiamo atteso un giorno dopo la pubblicazione, da parte della Corte Costituzionale, delle motivazioni della sentenza n.138/2010, che ha rigettato il ricorso presentato dalle coppie protagoniste della campagna di “Affermazione Civile”, volta ad ottenere l’accesso al matrimonio anche per le persone omosessuali.
Abbiamo atteso un giorno per aver modo di studiare le motivazioni redatte dalla Consulta e per poter ricevere la consulenza dei giuristi che ci hanno affiancato durante questo percorso.
Le motivazioni della sentenza contengono importanti aspetti positivi.
La Corte ha stabilito che la Costituzione Italiana impone il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali e che questo “necessariamente postula una disciplina di carattere generale”, attualmente assente. Dunque, la Corte individua nella legislazione ordinaria una lacuna. Tutti – forze politiche e Istituzioni – da oggi dovranno confrontarsi con la presenza di un vuoto legislativo illegittimo per la nostra Costituzione.
Queste le parole della Corte, che crediamo valgano come monito al Parlamento: “Per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Il secondo aspetto positivo della sentenza è che la Corte reputa plausibile che il legislatore s’attardi – come l’esperienza purtroppo insegna – a riconoscere giuridicamente le coppie omosessuali e pertanto, in permanenza di tale, illegittimo, vuoto, la Consulta stessa si riserva di tutelare le unioni omosessuali ogni qual volta si presentino singole esigenze di tutela omogenee a quelle delle coppie eterosessuali sposate.



