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Flavia

Flavia Madaschi - Viareggio, 17/09/2006

Questa foto l’ho scattata il giorno che l’ho conosciuta, il giorno in cui pensai, per un momento, di aver di fronte una signora trans.

Eravamo a Viareggio, dove pochi giorni prima una donna lesbica era stata stuprata in pineta. Aveva avuto la forza di presentare denuncia, la notizia divenne di dominio pubblico e le associazioni lgbt italiane organizzarono un corteo per le vie della città. Per il Cassero m’occupai di organizzare un autobus che ci trasportasse fin lì. Tra le persone che parteciparono c’era anche Flavia Madaschi – da adesso solo Flavia.

In attesa della manifestazione, ci fermammo in un bar sul lungomare. Mi sedetti in veranda, a sorseggiare non so più cosa e a fumare qualche sigaretta. Di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, c’era Flavia, maglietta bianca e giacca nera – sebbene fosse solo il 17 di settembre, tirava un vento freddo e l’aria era carica di pioggia, che poi regolarmente arrivò.

Non conservo memoria delle parole che ci scambiammo – altre nostre chiacchierate hanno avuto, per il contenuto, un’importanza maggiore – eppure ho distintamente davanti agli occhi la sua figura, che beveva un superalcolico e fumava quasi senza sosta. S’infilò nella mia esistenza a causa della sua voce irripetibile. Un vociare basso, roco, che usciva dal fondo della gola, il ruggito calmo della leonessa pronta a far della gazzella bigotta il suo banchetto. Che voce! Tutti i camalli di Fiume, di Genova e di Triestre s’erano raccolti in quelle corde vocali. La scambiai per una trans (oggi diciamo mtf, da uomo a donna) e fu Flavia, involontariamente, a svelarmi quanto grande fosse il mio errore: a un certo punto prestai attenzione alla sua maglietta. Una genitrice. Più di tutto traspariva il suo essere indifferente al giudizio del mondo eppur così coinvolta nel mondo stesso. La sentii immediatamente vicina.

Una qualità in comune ci legò: sappiamo riconoscere chi mente, chi rimesta per se stesso a danno della collettività; gli stronzi e i paraculi, sebbene sorridenti, non ci hanno mai incantato. Flavia possedeva già un’altra dote che io ho dovuto apprendere a prezzo di brucianti sconfitte: vincere una battaglia in campo aperto, muro contro muro, è l’ultima spiaggia, quando non resta che la prova di forza. Prima, è nostro dovere morale persuadere, usare la nostra intelligenza per modificare la prospettiva, obbligare gli avversari – esterni o interni non importa – a giocare sul nostro piano, quello delle idee e degli obiettivi, perché qui sono maggiori le nostre possibilità di vittoria e maggiore è il bene che possiamo produrre.

Gigantesco e idealista coglione io, giovanotto di troppe parole e poco incline a calcolare; vissuta donna lei, che ne aveva già viste di tutti i colori e sapeva calibrare la causa al materiale umano a disposizione.

Abbiamo percorso diversi tratti di strada assieme e non ha senso appuntarli tutti – o meglio, li appunterò per me, se vorrò, in separata sede.

Ne ricordo uno soltanto, quello a cui ho pensato quando un anno fa mi chiesero di tornare a lavorare al Cassero, dopo che per anni avevo interrotto il mio impegno. Dopo l’ultima sconfitta, Flavia mi disse: “Darai ancora molto al movimento”.

Bastano poche parole, una laconica frase, per aprire un orizzonte che si credeva irrimediabilmente chiuso. Fondai la Rete Laica di Bologna, facemmo approvare il registro dei testamenti biologici, ci avventurammo sul cammino difficilissimo del referendum sui finanziamenti alle scuole private e lo vincemmo, impedemmo l’elezione di una clericale alla presidenza della commissione pari opportunità della Regione Emilia-Romagna e molto altro. Flavia era dentro tutte queste azioni, non solo al Cassero, non solo in Agedo. Aveva chiaro che la battaglia in difesa della laicità delle Istituzioni coincide con la conquista dell’uguaglianza di fronte alle legge per le persone omosessuali e trans. Lei c’era, pur coi suoi mille impegni, era presente, diceva la sua.

A casa, in quella che è anche la mia casa, abbiamo celebrato, lo scorso gennaio, il suo funerale. L’unico funerale a cui non ho voluto mancare.

A casa, le dedichiamo il centro di documentazione, l’archivio più grande d’Europa della storia dei movimenti di liberazione sessuale.

E’ solo un modo per ricordare la sua persona, una forma di trasmissione del sapere alle generazioni che seguiranno.

E’ nelle azioni che conta l’eredità che lasciamo.

Continuare a non preoccuparmi di essere simpatico, questo è il mio esercizio d’onestà umana e intellettuale per ricordarla.

Dare il mio contributo per sconfiggere i bacchettoni, i fascisti e gli opportunisti di ogni latitudine, trasformare le culture di dominio e di morte in energia che scorre libera e in vita, questo è ciò che possiamo e dobbiamo compiere.

Non arrendersi alla retorica del dolore.

E quando un evento offende il nostro senso di giustizia, non chinare la testa, non distogliere lo sguardo, bensì alzarsi in piedi ed affermare chiaro e tondo: vaffanculo, non si fa così.

Due al prezzo di uno. Il Bologna Pride 2014

Bologna Pride, 28.06.2014

E’ stata una bella manifestazione; il suo successo comprova la bontà dell’idea di tenerne una cittadina ogni anno.

Come non ringraziare l’Amministrazione comunale (che vorrebbe sgomberare Atlantide), per merito della quale siamo riusciti a vivere due pride al prezzo di uno. Viva l’abbondanza (e Atlantide si tocca ma non si sposta).

Ed ora qualche foto che sono riuscito a scattare prima che la febbre che covavo mi riportasse a letto.

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Maurizio Cecconi
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