I treni di Bombay
Asad bin Saif lavora in un istituto per la laicità, muovendosi instancabilmente da uno slum all’altro, catalogando innumerevoli risse e tumulti comunalisti, testimone diretto della lenta distruzione del tessuto sociale della città. Asad è di Bhagalpur, in Bihar, dove si sono avuti non solo alcuni dei più violenti scontri comunalisti del paese, ma anche un incidente oscenamente sanguinoso in cui la polizia ha accecato un gruppo di piccoli criminali con ferri da calza e acido. Se c’è uno che ha visto l’umanità al suo peggio, quello è Asad. Gli domando se è pessimista sulla specie umana.
- Niente affatto, – risponde . – Basta guardare le mani dai treni.
Se siete in ritardo per il lavoro, la mattina a Bombay, e arrivate alla stazione proprio quando il treno sta ripartendo, potete correre a fianco dei vagoni gremiti e vedrete molte mani che si allungano per aiutarvi a salire, protendendosi dal treno come petali. Mentre correte lungo la banchina, sarete presi sù e sull’orlo della porta aperta verrà fatto un minuscolo spazio per i vostri piedi. Il resto sta a voi. Dovrete probabilmente aggrapparvi agli stipiti della porta, stando attenti a non sporgere troppo per evitare di essere decapitati da un palo piazzato troppo vicino ai binari. Ma pensate a cos’è accaduto. I vostri compagni di viaggio, già ammassati più di quanto si possa legalmente ammassare il bestiame, con le camicie già impregnate di sudore nello scompartimento mal ventilato, da ore in quella precaria posizione, sono ancora capaci di solidarietà, sanno che il vostro capo potrebbe rimproverarvi o ridurvi la paga se perdete il treno e vi fanno spazio là dove sembra impossibile che ci stia qualcun altro. E al momento del contatto, non sanno se la mano che si allunga verso di loro appartiene a un indù, a un musulmano o a un cristiano, a un brahmino o a un intoccabile; non sanno se siete nato in questa città o appena arrivato; se vivete a Malabar Hill, a New York o a Jogeshwari; se siete di Bombay o Mumbai o New York. Sanno solo che state cercando di raggiungere la città dell’oro, e tanto basta. Sali a bordo, dicono. Ci stringiamo.
Maximum City
Bombay città degli eccessi
Suketu Mehta
(Almost) ready for the jungle
Parto per qualche mese. Vado in Asia, prima in India, poi in Indonesia, Singapore, Malesia, Tailandia e poi si vedrà fin dove arriverò. Non è detto che arrivi lontano: se mi spavento (facile), se la fatica è troppa, se, se, se… torno e mi chiuderò in campagna per sei mesi, senza dire nulla a nessuno, e pubblicherò foto di paradisi tropicali scaricate da internet (perché forse esistono solo “virtualmente” questi idilliaci paesaggi).
Prima di partire ho dei ringraziamenti da svolgere. Agli uomini e alle donne delle associazioni che compongono la Rete Laica Bologna. Abbiamo iniziato “un’avventura da straccioni” – zero soldi e zero mezzi – due anni e mezzo fa e in poco tempo siamo riusciti a rendere centrale il rispetto della laicità delle Istituzioni nel nostro territorio.
Abbiamo mobilitato un pezzo importante di cittadinanza attorno alla nostra proposta di registro dei testamenti biologici – a proposito, caro smemorato e in altre faccende affaccendato sindaco Merola: avevi promesso di renderlo operativo entro cento giorni dalla tua elezione; le solite promesse da marinaio che qualificano larga parte della classe dirigente “democratica” -, abbiamo lavorato per eleggere nei consigli comunali e regionali quanti più laici possibile, abbiamo impedito l’elezione alla Commissione pari opportunità, insieme alle associazioni lgbt, della clericale cattolica Silvia Noè, abbiamo smascherato la Curia di Bologna, quando ha tentato di nascondere gli abusi sessuali sui minori di un prete (lo scrive a chiare lettere una sentenza di tribunale, che ai quotidiani locali è “opportunamente” sfuggita), abbiamo contrasto l’omofobia di chi vorrebbe negati pari diritti e pari dignità alle coppie omosessuali, abbiamo riportato al centro del dibattito i finanziamenti alle scuole private confessionali, abbiamo contrastato la misoginia di chi vuole decidere per le donne al posto delle donne, abbiamo svolto un’instancabile opera di diffusione della cultura laica.
Abbiamo offerto, ogni volta che ne siamo stati capaci, il punto di vista delle donne e degli uomini laici, arricchendo il dibattito pubblico cittadino. Una voce importante, indispensabile direi, spesso inascoltata o volutamente fraintesa. Non ci scoraggiamo facilmente, perché sappiamo che questo paese, questa regione e questa città hanno dei “grossi problemi” col rispetto del carattere aconfessionale delle Istituzioni. Continueremo la nostra battaglia, consapevoli che la nostra voce non sarà l’unica e che inevitabilmente dovrà guadagnarsi ancor più il suo spazio. L’importante è giocare questa partita al meglio delle proprie possibilità.
Già, le nostre possibilità. Quali sono, chiede spesso qualcuno con comodo cinismo e superficialità. Rispondo che le nostre possibilità sono tutte, ma proprio tutte racchiuse in due aspetti: la secolarizzazione della nostra società, che è irreversibile e già a buon punto, e la capacità di pensare alle differenze come a una ricchezza. Ridurre all’uno (un’autorità, una religione, un padre, un partito) è infatti lo strumento di controllo sociale che noi laici combattiamo. Noi desideriamo e pratichiamo una società plurale e pluralista e in ragione di questo “vasto programma” nasciamo molteplici e uniti: siamo atei, agnostici, cattolici, protestanti, esistenzialisti, tutti-i-frutti ed ogni futura soggettività. Tutte queste persone e realtà così diverse l’una dall’altra sono assieme la Rete Laica Bologna e senza questa diversità la nostra forza non esisterebbe. Noi dimostriamo – coi fatti, ragazz*, coi fatti! – che è possibile sconfiggere l’integralismo e il fascismo di chi si crede depositario d’una verità assoluta. E, nel batterlo sul terreno duro della lotta politica, ampliamo le libertà di cui godranno i cittadini di domani.
Sono stato portavoce e ora è venuto il momento che un’altra persona tra noi s’assuma questa responsabilità. Non ne sono dispiaciuto, perché è bene far sì che più individui possano imprimere la propria spinta alle nostre comuni battaglie; attaccarsi a delle poltroncine è sport che lasciamo volentieri ai cooptati di ogni colore. Sono sicuro che prenderete la decisione migliore.
Non dimentichiamoci che in questo tempo dove trionfa “la morte delle ideologie”, noi godiamo del privilegio di possedere una visione del mondo che vogliamo e degli avversari che dobbiamo battere: i papalini di centro, di destra e di sinistra.
***
Concludo questa “tiritera” con un altro grazie. Grazie per il bellissimo cappello e la tenda anti-zanzare, che mi saranno utilissimi nella giungla! (“Andare nella giungla? Ma come m’è venuto in mente?”).
Un abbraccio forte,
vostro,
Maurizio Cecconi.
15 agosto 1947
Durante la prima ora del 15 agosto 1947 – tra mezzanotte e l’una – entro le frontiere del neonato stato sovrano dell’India videro la luce non meno di milleuno bambini. Questo in sè non è un fatto insolito (anche se il numero ha risonanze curiosamente letterarie) – a quell’epoca nella nostra parte del mondo l’eccedenza dei nati sui morti era di circa seicentottantasette all’ora. Ciò che rese l’avvenimento degno di nota fu la natura di questi bambini, ognuno dei quali, per qualche bizzarria biologica, o forse a causa di qualche potere sovrannaturale del momento, o anche ipoteticamente per mera coincidenza, era dotato di caratteristiche, talenti o facoltà, che si possono definire soltanto miracolosi. Come se la storia, arrivando a un punto di altissima rilevanza e di enormi promesse, avesse voluto gettare, in quell’istante, il seme di un futuro che sarebbe stato realmente diverso da tutto ciò che il mondo aveva visto sino allora.
I figli della mezzanotte
Salman Rushdie
Tra un momento

Per molte religioni, l’umano o è immagine del divino o il divino è parte costitutiva del suo essere.
Invece io mi sento così terreno, che potrei sbriciolarmi tra un momento.
Crisi greca, “piccole” cautele ad uso di chi la considera un paradigma

Sono mesi che la Grecia, per la sinistra anti-liberista, è assunta a paradigma di una popolazione strangolata dai meccanismi finanziari e che, in ragione della distruzione dello stato sociale, passa dall’inerzia alla ribellione ai dogmi dell’Unione Europea, della Bce e del Fmi.
Pur se costruita in buona fede, questa è un’immagine caricaturale della crisi greca, che ha altre origini e, dunque, altre possibili soluzioni rispetto al “fallimento programmato”, più volte invocato dai movimenti no-global.
La crisi greca ha infatti un nome e un cognome: uno stato assistenziale ipertrofico, la corruzione diffusa ad ogni livello dell’apparato statale, l’assenza di scrupoli del ceto politico che ha, per anni, alterato i dati dei bilanci dello stato, nascondendo la crescita esponenziale del debito pubblico.
Qualche dato: in Grecia si va in pensione a 50 anni (vogliamo parlarne?); esistono migliaia di persone morte che riscuotono anche dall’aldilà la pensione, in quanto lo stato non ha mai creato un sistema di controlli e verifiche; la bilancia commerciale segna una esportazione ogni tre importazioni, ovvero i greci consumano tre volte tanto quanto producono; un numero di impiegati pubblici quattro volte superiore alle necessità, a causa del clientelismo politico.
E nonostante questi numeri da elefantiasi, è bassa la qualità dei servizi scolastici e sanitari.
Queste condizioni sono la causa della crisi del debito sovrano greco e sono altresì la causa della profonda ingiustizia sociale esistente nel paese ellenico.
I greci hanno davanti una doppia opportunità: rimettere in discussione le corporazioni e procedere a una redistribuzione della ricchezza.
La questione, banalmente, è: pagheranno la ristrutturazione dello stato le fasce povere della popolazione o il governo socialista sarà in grado d’imporre la necessaria patrimoniale?
Per ora assistiamo al triste spettacolo di una sinistra anti-liberista greca incapace di parlare al futuro e impegnata a difendere privilegi e distorsioni, linea ribadita col nuovo sciopero generale.
I figli di Bombay

Ecco che cosa vedo: la città che si crogiola come una sanguisuga nel calore estivo. La nostra Bombay: assomiglia a una mano, ma in realtà è una bocca, sempre aperta, sempre affamata, che inghiotte cibo e talenti da ogni altro luogo dell’India. Un’affascinante mignatta, che non produce nulla se non film, sahariane, pesci.
I figli della mezzanotte
Salman Rushdie
Tutto il programma di Gender Bender 2011
E’ disponibile il programma completo di Gender Bender 2011. Per scaricarlo, un bel clik qui è sufficiente [file .pdf ; 2 MB].
(Sì, sarà presente anche François Sagat, prima in celluloide e poi in carne e ossa e muscoli).
Il sondaggio di Montezuma
Interno di famiglia, ora di cena. Ho preparato il riso basmati, le verdure al forno col cumino egiziano che mi piace assai, un’insalata verde, uova fritte, tanto sangiovese in tavola. Suona il telefono, risponde Brunella, che inizia a replicare con dei sì e dei no a quelle che sono evidentemente delle domande che il misterioso interlocutore le sta ponendo.
Le chiediamo a gesti “Chi è?” e Brunella risponde col labiale “La Ipsos”. Le domande le capiamo dalle risposte: “Zero” (“Voto al Governo Berlusconi?”), “Vendola” (“Miglior candidato premier?”), “Centro-sinistra” (“Quale coalizione voterà alle prossime elezioni?”), “Sinistra Ecologia e Libertà” (“Quale partito voterà alle prossime elezioni?”), etc…
La lasciamo alle sue risposte e riprendiamo a mangiare, mentre l’intervista prosegue, lunga. Infine il telefono è sulla tavola, muto e possiamo domandarle: “Sarai una percentuale di Ballarò?”. Brunella: “No, era un sondaggio commissionato da Montezemolo. Dopo avermi chiesto un giudizio sul Governo Berlusconi e sui suoi ministri, sulla coalizione che voterò e sul partito a cui darò la preferenza, mi hanno domandato cosa ne pensavo della presenza di Montezemolo in politica, se avrei votato il suo partito, con chi avrebbe dovuto allearsi il suo partito. Un sacco di domande su Montezemolo”.
Voilà! Ecco le frontiere del telemarketing politico e il nuovo che avanza, così simile all’imbolsito satrapo di Arcore.
Dopo che un padrone a Palazzo Chigi ha quasi distrutto l’Italia (col concorso attivo di opposizioni dementi), gli italiani si preparano a installarvi un secondo impresario, desideroso di rendere il Paese identico al nostrano mondo imprenditoriale: rachitico, privo di coraggio, parassitario, paraculo a spese dello Stato, corporativistico e tendenzialmente monopolistico e privo di concorrenza.
***
Post scriptum: dalle parti dei Pd sono molto preoccupati. I ragionamenti che sviluppano nei loro corridoi sono di questo tenore: “dopo che abbiamo tanto faticato, quando siamo a una passo dal raggiungere il governo e il potere, non può arrivare un nuovo salvatore della patria a toglierci il premio che meritiamo”.
Amici democratici, siate realisti: avete oliato la corda a cui appendervi per ven’anni, sostenendo in lungo e in largo che “privato è bello”, “privato è meglio”, “viva l’efficenza e la velocità decisionale” ed altre scemenze liberiste. E’ del tutto naturale che gli elettori scelgano di affidarsi direttamente al paladino confindustriale, invece che ai suoi confusi intermediari (voi).
Sulla grottesca caccia ai Radicali
S’è consumata la messa in scena dell’ennesimo sostegno posticcio al Governo Berlusconi. Bersani per una volta ci ha azzeccato: “di fiducia si muore” ha sintetizzato. Al netto delle votazioni, i deputati che sostengono la maggioranza di centrodestra sono diminuiti e, come ha subito notato Termometro Politico, se togliamo i voti dei ministri, che possono partecipare solo saltuariamente alle votazioni, di fatto Pdl e Lega Nord sono congenitamente in minoranza, anche in Parlamento e non solo nelle intenzioni di voto. Una coalizione con questi numeri può reggersi giorni, al massimo settimane e noi di sinistra dovremmo saperne qualcosa (Do you remember Romano Prodi II?).
Ce ne sarebbe abbastanza per prepararsi a succedere al peggior governo di sempre, invece in casa Democratica hanno deciso di lanciarsi in una grottesca caccia alle streghe, accusando i sei deputati Radicali d’essere “inaffidabili” e “stronzi”, in quanto, una volta raggiunto il numero legale1, sono entrati e hanno votato contro la fiducia a Berlusconi.
A partire da dichiarazioni infondate e falsificanti rilasciate da numerosi esponenti del Partito Democratico, s’è aperta una caccia alle streghe, che evidentemente coagula nella sua inconsistenza fattuale la rabbia, la delusione e le aspettative di una larga fetta d’Italia che non ne può più della destra e del satrapo di Arcore.
Resta da chiedersi, per i pochi e poche che ancora riescono e vogliono ragionare con la testa e non con gambe e mani, perché dalle parti dei caminetti democratici s’è scelta questa strada pericolosa.
Infatti non si ha memoria che la virginale e neo-barricadera Rosy Bindi abbia mai definito “stronzi” i catto-fondamentalisti del Pd, tra cui la Binetti (altra vergine consacrata alla politica), che si rifiutarono di votare la fiducia al Governo Prodi, in seguito alla proposta dei Dico, né che nei loro confronti sia mai stato posto un problema di “affidabilità” (quanti pesi, quanti sistemi di misurazione, quante morali: una per ogni occasione).
Attenzione però, una spiegazione esiste. Chi racconta balle a proposito d’un presunto collateralismo dei Radicali sostiene altresì la linea centrista del Pd e vorrebbe un accordo con la filo-clericale Udc, in funzione del quale i pannelliani debbono essere necessariamente eliminati, in quanto laici. In più, attaccare i Radicali oggi significa attaccare Veltroni, con cui s’accordarono tre anni fa. In altre parole è tutta una battaglia interna, come al solito, tra d’alemiani/bersaniani e veltroniani; roba misera, come i tempi che viviamo.
Riassumendo: oggi il Pd ha dimostrato d’esser parte del problema di questo ventennio berlusconiano (e d’averne in parte mutuato i modi e le gesta) e che non ne sarà la soluzione.
- Uffici Camera: Numero legale è a quota 265. Il servizio Assemblea di Montecitorio rende noto infatti che oggi i deputati in missione sono 50. L’articolo 46 del Regolamento della Camera stabilisce che i deputati in missione sono “computati come presenti per fissare il numero legale”. Da quota 316 va quindi sottratto il numero di 50 più il Presidente Fini che non vota. Il primo deputato radicale che ha votato era il numero 298. ↩








