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Esiste al mondo un piccolo posto

Punto nero

Esiste al mondo un piccolo posto, così piccino che sugli atlanti è indicato da un punto nero. Alla voce economia recita “terziario avanzato”.

Esiste al mondo un piccolo posto e seduto sulla cima del piccolo posto c’è un uomo solo che non sbaglia mai.

Esiste al mondo un piccolo posto dove un uomo solo è attorniato da uomini che si dicono sui amici, ma che nascostamente lo canzonano per il suo vezzo di vestire griffato.

Esiste al mondo un piccolo posto dove gli uomini indossano lunghe gonne di cangianti colori e condannano l’omosessualità.

Esiste al mondo un piccolo posto dove non si pagano le tasse e le bollette dell’acqua e della luce te la paga il vicino, anche se sta messo peggio del piccolo posto.

Esiste al mondo un piccolo posto che è così bello, pulito, sontuoso, che quasi diresti che il Paradiso è in terra.

Esiste al mondo un piccolo posto dove le donne servono gli uomini e questi comandano. Quando gli chiedono “Perché?”, rispondono che “la donna è nata dall’uomo”. Anche se l’uomo non può generare.

Esiste al mondo un piccolo posto dove ai cittadini è vietato sposarsi e a tutti è vietato divorziare. In quel piccolo posto non esiste né piacere né amore.

Esiste al mondo un piccolo posto che come Atlantide scomparirà: il Vaticano.

Kanyakumari, finis terrae

Kanyakumari

Treno, destinazione Kanyakumari, gli ultimi 90 km e sarò arrivato alla punta estrema meridionale di quella grande vulva triangolare che i confini geografici e statuali disegnano. Vulva macroscopica e geopolitica e vulva votiva, che m’apparirà in spiaggia, nelle sembianze di Kanya, la dea vergine, uno degli avatar di Devi, la Grande Dea Madre. Il suo tempio è eretto sulla sabbia, di fronte al mare. Mare, mari, plurale: lo straordinario (che per alcuni si tramuta in sacro) è reso dall’eccezionalità dell’incontro tra tre masse d’acqua: il Mare Arabico, l’Oceano Indiano, il Mare del Bengala. Sento che me la sono guadagnata questa estremità, dopo tanto scarpinare; sono emozionato: a “finis terrae” potrò assistere sia al sorgere del sole dall’orizzonte marino a est che al tramonto dentro l’orizzonte marino occidentale. Gli indiani credevano (e alcuni ancora credono) che arrivando a Kanyakumari (che si pronuncia alla francese, con l’accento sulla i finale) e prendendo il largo in barca, automaticamente abbandonavi la tua religione, la tua casta, la tua vita continentale; una tragedia sociale irrimediabile (ma per alcuni il migliore degli esiti). Gandhi, anche in questa occasione controcorrente, dopo aver predicato per la neonata India l’abolizione delle caste, chiese che, una volta morto, le sue ceneri fossero disperse lì dove i tre mari si affastellano uno sull’altro. Così gli amici e i compagni di molte battaglie fecero, quando fu ucciso da un estremista hindu. Un pugno di quelle ceneri sono conservate e deposte nel memoriale a lui dedicato. Sacro e profano sulla stessa spiaggia, religioni e politica s’affrontano per il dominio dei mari e dei popoli: lo scontro epocale, visto dall’Europa, sembra volgere decisamente a favore delle prime; osservato da qui, da un paese in movimento, dove si respira l’energia di moltitudini di persone che tribolano per un futuro concretamente migliore, l’esito della lotta sembra finalmente sorridere alla politica. Resterò a Kanyakumari fino al 26 gennaio, festa nazionale della Repubblica, per depositare un fiore bianco come il suo “dohti” sulla tomba del Mahatma, Grande Anima – soprannome celebrativo e un filino ironico che Rabindranath Tagore diede al suo amico Gandhi. Entrambi avversari delle caste, Tagore gli rimproverava una paura della modernità e il suo bigottismo sessuale, che lo condusse all’astinenza. Mi piace l’ironia affettuosa di Tagore, un razionale impedimento ad elevare al rango di eroe un uomo come tanti, che come pochi seppe indirizzare una nazione immensa verso l’indipendenza e la democrazia. Leggo spesso che “gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo”. Cazzate. E’ qui, è l’India. Un fiore bianco.

Dialettica e laicità in India

Amartya Sen

Nell’India contemporanea il laicismo, cui la Costituzione della Repubblica indiana indipendente ha dato una formulazione legislativa, è fortemente influenzato dalla storia intellettuale del paese, dalla sua difesa del pluralismo culturale. Una delle conseguenze di questa continuità storica è che il laicismo indiano si differenzia, sia nella forma sia nelle rivendicazioni, dalle versioni occidentali più rigide, come quella francese, che vieta l’esibizione di consuetudini o simboli religiosi nelle attività delle istituzioni pubbliche. In effetti ci sono due approcci principali al laicismo: uno mette in primo piano la neutralità fra le diverse religioni, l’altro la proibizione di ogni associazione religiosa nell’attività dello Stato. La versione indiana tende a sottolineare la neutralità specifica, non la proibizione generale.

L’altra India
La tradizione razionalista e scettica alle radici della cultura indiana
Amartya Sen

[Due recensioni: Uaar | Filosofi precari]

Bologna, finalmente attivo, sebbene depotenziato, il registro dei biotestamenti

spezzare-catene

Parto con questa bella notizia nello zaino: una battaglia che ho portato avanti da tre anni, arriva alla sua positiva conclusione.

Finalmente la nostra città avrà il suo registro dei testamenti biologici (Sì, lo so: il comunicato della Giunta dice che tutto nasce da un’iniziativa del Pd, sebbene non sia vero – ma sapete anche voi come son fatti questi partiti… si attribuiscono spesso dei meriti che hanno invece solo parzialmente e si “dimenticano” degli altri, di chi ha fatto il lavoro duro; non è simile alla proposta della Rete Laica, però nel frattempo è intervenuta quella pessima circolare della fascista Roccella a complicare le cose. Meglio questo di niente e avevamo atteso fin troppo. Ora c’è e cittadini potranno usarlo).

Ciò detto, queste son soddisfazioni!

[Qui il mio pezzo per Il Fatto Quotidiano].

I treni di Bombay

Un treno a Mumbai

Asad bin Saif lavora in un istituto per la laicità, muovendosi instancabilmente da uno slum all’altro, catalogando innumerevoli risse e tumulti comunalisti, testimone diretto della lenta distruzione del tessuto sociale della città. Asad è di Bhagalpur, in Bihar, dove si sono avuti non solo alcuni dei più violenti scontri comunalisti del paese, ma anche un incidente oscenamente sanguinoso in cui la polizia ha accecato un gruppo di piccoli criminali con ferri da calza e acido. Se c’è uno che ha visto l’umanità al suo peggio, quello è Asad. Gli domando se è pessimista sulla specie umana.
- Niente affatto, – risponde . – Basta guardare le mani dai treni.
Se siete in ritardo per il lavoro, la mattina a Bombay, e arrivate alla stazione proprio quando il treno sta ripartendo, potete correre a fianco dei vagoni gremiti e vedrete molte mani che si allungano per aiutarvi a salire, protendendosi dal treno come petali. Mentre correte lungo la banchina, sarete presi sù e sull’orlo della porta aperta verrà fatto un minuscolo spazio per i vostri piedi. Il resto sta a voi. Dovrete probabilmente aggrapparvi agli stipiti della porta, stando attenti a non sporgere troppo per evitare di essere decapitati da un palo piazzato troppo vicino ai binari. Ma pensate a cos’è accaduto. I vostri compagni di viaggio, già ammassati più di quanto si possa legalmente ammassare il bestiame, con le camicie già impregnate di sudore nello scompartimento mal ventilato, da ore in quella precaria posizione, sono ancora capaci di solidarietà, sanno che il vostro capo potrebbe rimproverarvi o ridurvi la paga se perdete il treno e vi fanno spazio là dove sembra impossibile che ci stia qualcun altro. E al momento del contatto, non sanno se la mano che si allunga verso di loro appartiene a un indù, a un musulmano o a un cristiano, a un brahmino o a un intoccabile; non sanno se siete nato in questa città o appena arrivato; se vivete a Malabar Hill, a New York o a Jogeshwari; se siete di Bombay o Mumbai o New York. Sanno solo che state cercando di raggiungere la città dell’oro, e tanto basta. Sali a bordo, dicono. Ci stringiamo.

Maximum City
Bombay città degli eccessi
Suketu Mehta

(Almost) ready for the jungle

(Almost) ready for the jungle

Parto per qualche mese. Vado in Asia, prima in India, poi in Indonesia, Singapore, Malesia, Tailandia e poi si vedrà fin dove arriverò. Non è detto che arrivi lontano: se mi spavento (facile), se la fatica è troppa, se, se, se… torno e mi chiuderò in campagna per sei mesi, senza dire nulla a nessuno, e pubblicherò foto di paradisi tropicali scaricate da internet (perché forse esistono solo “virtualmente” questi idilliaci paesaggi).

Prima di partire ho dei ringraziamenti da svolgere. Agli uomini e alle donne delle associazioni che compongono la Rete Laica Bologna. Abbiamo iniziato “un’avventura da straccioni” – zero soldi e zero mezzi – due anni e mezzo fa e in poco tempo siamo riusciti a rendere centrale il rispetto della laicità delle Istituzioni nel nostro territorio.

Abbiamo mobilitato un pezzo importante di cittadinanza attorno alla nostra proposta di registro dei testamenti biologici – a proposito, caro smemorato e in altre faccende affaccendato sindaco Merola: avevi promesso di renderlo operativo entro cento giorni dalla tua elezione; le solite promesse da marinaio che qualificano larga parte della classe dirigente “democratica” -, abbiamo lavorato per eleggere nei consigli comunali e regionali quanti più laici possibile, abbiamo impedito l’elezione alla Commissione pari opportunità, insieme alle associazioni lgbt, della clericale cattolica Silvia Noè, abbiamo smascherato la Curia di Bologna, quando ha tentato di nascondere gli abusi sessuali sui minori di un prete (lo scrive a chiare lettere una sentenza di tribunale, che ai quotidiani locali è “opportunamente” sfuggita), abbiamo contrasto l’omofobia di chi vorrebbe negati pari diritti e pari dignità alle coppie omosessuali, abbiamo riportato al centro del dibattito i finanziamenti alle scuole private confessionali, abbiamo contrastato la misoginia di chi vuole decidere per le donne al posto delle donne, abbiamo svolto un’instancabile opera di diffusione della cultura laica.

Abbiamo offerto, ogni volta che ne siamo stati capaci, il punto di vista delle donne e degli uomini laici, arricchendo il dibattito pubblico cittadino. Una voce importante, indispensabile direi, spesso inascoltata o volutamente fraintesa. Non ci scoraggiamo facilmente, perché sappiamo che questo paese, questa regione e questa città hanno dei “grossi problemi” col rispetto del carattere aconfessionale delle Istituzioni. Continueremo la nostra battaglia, consapevoli che la nostra voce non sarà l’unica e che inevitabilmente dovrà guadagnarsi ancor più il suo spazio. L’importante è giocare questa partita al meglio delle proprie possibilità.

Già, le nostre possibilità. Quali sono, chiede spesso qualcuno con comodo cinismo e superficialità. Rispondo che le nostre possibilità sono tutte, ma proprio tutte racchiuse in due aspetti: la secolarizzazione della nostra società, che è irreversibile e già a buon punto, e la capacità di pensare alle differenze come a una ricchezza. Ridurre all’uno (un’autorità, una religione, un padre, un partito) è infatti lo strumento di controllo sociale che noi laici combattiamo. Noi desideriamo e pratichiamo una società plurale e pluralista e in ragione di questo “vasto programma” nasciamo molteplici e uniti: siamo atei, agnostici, cattolici, protestanti, esistenzialisti, tutti-i-frutti ed ogni futura soggettività. Tutte queste persone e realtà così diverse l’una dall’altra sono assieme la Rete Laica Bologna e senza questa diversità la nostra forza non esisterebbe. Noi dimostriamo – coi fatti, ragazz*, coi fatti! – che è possibile sconfiggere l’integralismo e il fascismo di chi si crede depositario d’una verità assoluta. E, nel batterlo sul terreno duro della lotta politica, ampliamo le libertà di cui godranno i cittadini di domani.

Sono stato portavoce e ora è venuto il momento che un’altra persona tra noi s’assuma questa responsabilità. Non ne sono dispiaciuto, perché è bene far sì che più individui possano imprimere la propria spinta alle nostre comuni battaglie; attaccarsi a delle poltroncine è sport che lasciamo volentieri ai cooptati di ogni colore. Sono sicuro che prenderete la decisione migliore.

Non dimentichiamoci che in questo tempo dove trionfa “la morte delle ideologie”, noi godiamo del privilegio di possedere una visione del mondo che vogliamo e degli avversari che dobbiamo battere: i papalini di centro, di destra e di sinistra.

***

Concludo questa “tiritera” con un altro grazie. Grazie per il bellissimo cappello e la tenda anti-zanzare, che mi saranno utilissimi nella giungla! (“Andare nella giungla? Ma come m’è venuto in mente?”).

Un abbraccio forte,
vostro,
Maurizio Cecconi.

Sulla grottesca caccia ai Radicali

Manifesti elettoriali

S’è consumata la messa in scena dell’ennesimo sostegno posticcio al Governo Berlusconi. Bersani per una volta ci ha azzeccato: “di fiducia si muore” ha sintetizzato. Al netto delle votazioni, i deputati che sostengono la maggioranza di centrodestra sono diminuiti e, come ha subito notato Termometro Politico, se togliamo i voti dei ministri, che possono partecipare solo saltuariamente alle votazioni, di fatto Pdl e Lega Nord sono congenitamente in minoranza, anche in Parlamento e non solo nelle intenzioni di voto. Una coalizione con questi numeri può reggersi giorni, al massimo settimane e noi di sinistra dovremmo saperne qualcosa (Do you remember Romano Prodi II?).

Ce ne sarebbe abbastanza per prepararsi a succedere al peggior governo di sempre, invece in casa Democratica hanno deciso di lanciarsi in una grottesca caccia alle streghe, accusando i sei deputati Radicali d’essere “inaffidabili” e “stronzi”, in quanto, una volta raggiunto il numero legale1, sono entrati e hanno votato contro la fiducia a Berlusconi.

A partire da dichiarazioni infondate e falsificanti rilasciate da numerosi esponenti del Partito Democratico, s’è aperta una caccia alle streghe, che evidentemente coagula nella sua inconsistenza fattuale la rabbia, la delusione e le aspettative di una larga fetta d’Italia che non ne può più della destra e del satrapo di Arcore.

Resta da chiedersi, per i pochi e poche che ancora riescono e vogliono ragionare con la testa e non con gambe e mani, perché dalle parti dei caminetti democratici s’è scelta questa strada pericolosa.

Infatti non si ha memoria che la virginale e neo-barricadera Rosy Bindi abbia mai definito “stronzi” i catto-fondamentalisti del Pd, tra cui la Binetti (altra vergine consacrata alla politica), che si rifiutarono di votare la fiducia al Governo Prodi, in seguito alla proposta dei Dico, né che nei loro confronti sia mai stato posto un problema di “affidabilità” (quanti pesi, quanti sistemi di misurazione, quante morali: una per ogni occasione).

Attenzione però, una spiegazione esiste. Chi racconta balle a proposito d’un presunto collateralismo dei Radicali sostiene altresì la linea centrista del Pd e vorrebbe un accordo con la filo-clericale Udc, in funzione del quale i pannelliani debbono essere necessariamente eliminati, in quanto laici. In più, attaccare i Radicali oggi significa attaccare Veltroni, con cui s’accordarono tre anni fa. In altre parole è tutta una battaglia interna, come al solito, tra d’alemiani/bersaniani e veltroniani; roba misera, come i tempi che viviamo.

Riassumendo: oggi il Pd ha dimostrato d’esser parte del problema di questo ventennio berlusconiano (e d’averne in parte mutuato i modi e le gesta) e che non ne sarà la soluzione.

  1. Uffici Camera: Numero legale è a quota 265. Il servizio Assemblea di Montecitorio rende noto infatti che oggi i deputati in missione sono 50. L’articolo 46 del Regolamento della Camera stabilisce che i deputati in missione sono “computati come presenti per fissare il numero legale”. Da quota 316 va quindi sottratto il numero di 50 più il Presidente Fini che non vota. Il primo deputato radicale che ha votato era il numero 298.

Welfare Bologna, Zani: “Macché sussidiarietà, è opa ostile”

Mauro Zani

Non s’è fatta attendere la voce di Mauro Zani, il segretario dei Ds chiamato a risolvere il disastro della vittoria nel 1999 di Guazzaloca e da sempre politico molto acuto e stimato in città, sulla questione della sussidiarietà. Il dibattito è ufficialmente aperto, dopo l’omelia filo-cielle del cardinale Caffarra e i pronti “sì” ricevuti in risposta dal sindaco Virginio Merola, dal governatore Vasco Errani e dal segretario provinciale del Pd Raffaele Donini.

Zani intitola il suo ragionamento “Ideologie”, per esplicitare quanto la sussidiarietà sia figlia, politicamente, del liberismo. L’agenzia Dire l’ha ripreso e così sintetizzato:

COMUNE BOLOGNA. ZANI: MACCHE’ SUSSIDIARIETA’, E’ OPA OSTILE. “ANCHE QUESTA E’ IDEOLOGIA, E FA MOLTO COMODO ALLA CHIESA”

DIRE, Bologna, 13 ott. – “Si approfitta della difficoltà degli enti locali per lanciare una vera e propria Opa ostile al sistema pubblico sotto forma di sussidiarietà”. Va controcorrente Mauro Zani, ex segretario dei Ds di Bologna ed europarlamentare. Con un intervento apparso oggi sul suo blog, Zani ironizza sulla presa di posizione nei confronti dei “passatisti” da parte del segretario provinciale del Pd, Raffaele Donini (“Sembra reduce da una dieta a base di bistecche di leone”), e denuncia quella che a suo giudizio è a sua volta una “ideologia”, appunto quella della sussidiarietà. “Se si vuol andar oltre le ideologie – scrive – bisogna ammettere che in Italia, storicamente, quel tanto di sussidiarietà tra pubblico e privato che s’è introdotto nella gestione dei pubblici servizi è risultato soprattutto utile alla costruzione di veri e propri sistemi di potere. Privati naturalmente. E spesso d’ordine confessionale”. Comunione e Liberazione, “tanto per parlare di qualcosa di noto e conosciuto – annota ancora Zani – non potrebbe essere quella potenza anche economica che in effetti ancor oggi è senza quel continuo drenaggio di soldi pubblici di cui s’è dimostrata capace”.

C’è anche una citazione, nel post di Zani, per un esempio di società mista pubblico-privata che funziona, come Seribo, l’azienda che sforna le pappe per le scuole bolognesi. “Se in altri campi, magari non ancora esplorati, qualche privato può e vuole associarsi al pubblico fornendo oltre ad un servizio di qualità concordata anche un utile di gestione al Comune ben venga. Se invece, com’è spesso accaduto in questi anni sull’onda del “privato è bello”, ci si vuol appropriare di funzioni pubbliche per meri ed esclusivi scopi di profitto privato, allora rientriamo nel campo della sussidiarietà ideologica e malandrina del San Raffaele”. Ma questo, conclude Zani, “solo per chiarire che in verità l’ideologia della sussidiarietà viene usata dalla destra (e molto spesso dalla Chiesa) come un grimaldello politico per aprire la cassa pubblica ai privati e non per supplire generosamente alle indubbie difficoltà e/o carenze del sistema pubblico”.

Sull’argomento segnalo anche il comunicato stampa del Circolo UAAR di Bologna e il mio articolo di approfondimento su Il Fatto Quotidiano online.

Caro Nichi, “solo” un appunto

Nichi Vendola

Caro Nichi,

hai fatto un gran discorso, riassumendo in 60 minuti il programma di governo della sinistra. Hai detto tutto bene. Quasi, “solo” un appunto.

Il tuo uso delle parole “laicista” e “anti-clericale” urta i nervi ed io rabbrividisco nell’ascoltarlo.

Perché? Perché un politico che è in grado di ribaltare il senso comune di vent’anni di berlusconesimo, non dovrebbe poi introiettare strumentalmente due millenni di dominazione confessionale. Specialmente tu, Vendola, che affermi d’essere contro i “calcoli politici” alla D’Alema… Detto altrimenti: che facciamo, lottiamo contro il dogma liberista e teniamo quello clericale, che devasta le nostre vite e inibisce l’estensione dei diritti civili e individuali?

Al netto di questa fondamentale precisazione, sei il nostro uomo, l’uomo giusto.

Ci vediamo alle primarie, dove tanti e tante ti sosterranno. Laicamente.

Ciao,
Maurizio Cecconi.

L’uomo giusto

Nichi Vendola alla manifestazione di Sel in Piazza Navona, 01.10.2011

Grazie a Elena Tagliani, che ha pubblicato il discorso integrale sul suo canale YouTube, ho potuto rivedere l’intervento di Nichi Vendola alla manifestazione organizzata da Sinistra Ecologia e Libertà in Piazza Navona.

Ascoltatelo, perché lui è l’uomo giusto di cui questo Paese ha bisogno come Presidente del Consiglio. Capace di scegliere e non mediare al ribasso tra le spinte clericali vaticane e quelle, altrettanto poderose, dei paraculo confindustriali.

La campagna
Maurizio Cecconi
Maurizio Cecconi
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