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Italia, prove tecniche di “Große Koalition” clericale
Il Partito Democratico si prepara alla Große Koalition col Terzo Polo ed espunge qualunque riferimento dal suo programma ai diritti civili e individuali.
Non una parola sul testamento biologico, sulla laicità, sull’uguaglianza di fronte alla legge per i cittadini omosessuali, bisessuali e trans.
(“Große Koalition” all’italiana, perché invece in quella tedesca i diritti non sono mai scomparsi).
La sussidiarietà e i finanziamenti alle scuole cattoliche invece erano già presenti e dunque non c’è stata necessità d’inserirli.
Con questo armamentario ottocentesco, sperano nel sostegno del potere forte del Vaticano.
In spregio a numerosi articoli (2 e 3) della nostra Costituzione, che millantano di voler difendere; in particolare dell’articolo 7, laddove s’afferma che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Propongo un Lodo Bersani. Si riscriva quest’ultimo articolo, nella più onesta formula “L’Italia è una Repubblica a sovranità limitata”.
Due pensieri sui “Casini” di Arcigay
Scrivo da semplice socio, lontano dalle posizioni dei gruppi opposti di dirigenti dell’associazione…
Chi motiva un’espulsione chiedendo il rispetto delle regole statutarie ha poi il dovere, a maggior ragione, di rispettarle sempre.
Se questa prima frase fosse il riassunto della “limpida e trentennale” storia di Arcigay, non ci vedrei alcun problema. Se…
Invece la storia dell’associazione è, fin dalla sua nascita, “ad personam” e “ad partitum unicum”, il PCI/PDS/DS/PD.
Una storia fragile, coi piedi d’argilla, che oggi segna il passo, perché ciò che è stato più volte denunciato e che più volte s’è nascosto sotto il tappeto, ritorna inevitabilmente incancrenito.
Provo a chiamare questi mali col loro nome: carrierismo, collateralismo partitico, mediazione al ribasso.
L’intelligenza dell’associazione – intelligenza politica e morale – è sempre più affievolita e inerme di fronte al mondo e alle sfide della contemporaneità.
Certo i tempi sono duri e proprio per questo si vorrebbe un’associazione che tenesse dritta la barra della richiesta di pari diritti, senza cedimenti furbeschi quando s’avvicinano le elezioni.
Questo è, in ultima analisi, il fine delle mosse dei “dissidenti”, per la quasi totalità iscritti al Partito Democratico e che da quell’esperienza hanno mutuato le peggiori tattiche di lotta instestina e destabilizzante.
Infine, entrambi i gruppi d’interesse opposti condividono un uguale e fatale errore: parlano di sé.
Guardarsi l’ombelico risulta dunque l’ultimo rifugio di chi non si capacita più, nel contesto di quest’Italia, della proprio irrilevanza politica.
I “Casini” di Arcigay non riguardano un’associazione, per quanto grande e importante.
Riguardano tutti/e noi, perché dall’inerzia di Arcigay consegue l’inefficacia del movimento lgbt italiano tutto.
No, non siamo messi bene: il futuro non sarà migliore a breve.
I diritti e il lavoro. Non render fumoso ciò che è nitido
L’amico Bruno Giorgini ha scritto:
“[...] adesso comincia una fase dura e difficile, dall’esito non scontato e dove gli slogan conteranno poco, così come gli estremismi verbali che a mio avviso devono essere del tutto banditi.
La situazione è insieme così difficile e così incandescente che le sovradeterminazioni linguistiche e le retoriche non servono, anzi confondono il panorama, rendendo fumoso ciò che è nitido, e annacquato nelle chiacchiere ciò che è tagliente e acuto.
Non è di propaganda che c’è bisogno ma, nei prossimi giorni, di rispondere alla domanda quale azione politica e sociale bisogna mettere in atto e in movimento per arrivare allo sciopero generale di otto ore“.
Condivido.
Rosso Fiom
Stamattina a Bologna s’è tenuto lo sciopero generale della Fiom-Cgil, in anticipo d’un giorno rispetto a quello nazionale, che si terrà venerdì 28 Gennaio.
30.000 partecipanti, operai da tutta la regione e poi studenti, pensionati, precari. Altissima l’adesione nelle fabbriche, con percentuali oscillanti tra l’80 e il 100%.
Il corteo è passato davanti alla sede dell’Arcigay “Il Cassero”, che aveva esposto un cartello gigante: “Le vostre battaglie sono le nostre battaglie”.
Tante le bandiere delle forze politiche di sinistra, tra cui brillavano per assenza quelle del Partito Democratico. Guai a pensare male e ad essere prevenuti: erano “nascosti” dietro il palco in Piazza Maggiore, a raccogliere firme per mandare a casa Berlusconi. In Emilia ne hanno raccolte più di 60.000; gliene restano da raccogliere circa 9.940.000: auguri!
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Mi sono piaciuti gli interventi di Stefano Tassinari, a nome di un gruppo di scrittori bolognesi e non solo, e quello di Maurizio Landini. Emozionato, con voce rotta, il segretario della Fiom ha duramente attaccato Confindustria, Fiat, Cisl e Uil per la miopia dimostrata e l’assenza di una seria politica industriale; ha difeso il lavoro quale fondamento della dignità di ognuno/a.
In conclusione, ha chiesto che la Cgil proclami lo sciopero generale. La piazza ha scandito in coro “Sciopero generale!” e la richiesta è proseguita anche all’inizio dell’intervento di Susanna Camusso, che s’è ben guardata dall’annunciare una protesta che, oramai, non si comprende per quali motivi il sindacato non organizza. A causa di questa reticenza, la segretaria confederale s’è presa qualche fischio; non tanti, ma qualcuno e più che giustificato.
Un duro commento al discorso di Camusso è arrivato da Giorgio Cremaschi, componente del comitato centrale della Fiom: ha definito “deludente” il suo intervento e s’è chiesto “dove vuole andare la segreteria della Cgil, in un momento in cui la grande maggioranza dei lavoratori e sicuramente degli iscritti all’organizzazione chiede e vuole lo sciopero generale?”.
Mi domando, al di là delle inevitabili dietrologie, per quale motivo la Cgil sceglie di essere trascinata invece che porsi lei stessa all’avanguardia di questa lotta che, non dimentichiamolo, è appena iniziata e, dunque, ha davanti a sé ancora molta strada da percorrere.
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Il premio “simpatia ed entusiasmo” va allo spezzone formato dalle donne della Fiom di Reggio Emilia che, animate da un megafono, scandivano ripetutamente “chi non salta una Ruby è”.
Il premio “asino stipendiato” va al Ministro del Lavoro Sacconi, che ha dichiarato di “non capire perché il sindacato manifesta”.
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Qui potete vedere qualche foto che ho scattato e qui quelle pubblicate da Città del Capo – Radio Metropolitana.
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Come disse una volta Picasso, “quando finisco il blu, uso il rosso”. Oggi, insieme alle tute blu, raccolti attorno al rosso Fiom, c’erano i movimenti che non s’arrendano di fronte all’affermarsi di un capitalismo straccione e predatorio.
Napoli e Bologna nel segno della continuità
Domenica 23 gennaio 2011 si sono tenute le tanto temute (da Bersani e da D’Alema) primarie del centrosinistra, a Napoli e Bologna.
Nel capoluogo partenopeo ha vinto Andrea Cozzolino, delfino di Antonio Bassolino. Non sono mancate le accuse di brogli e di compravendita di voti. Il sistema di potere, avente quale epicentro uno dei maggiori responsabili del disastro dei rifiuti in Campania, resta in piedi. Fino alla prossima sconfitta elettorale: la Regione e la Provincia già perse, resta il Comune, ultimo “bantustan”.
Nel capoluogo emiliano ha vinto Virginio Merola, già assessore della Giunta Cofferati. Merola è stato il più fidato dei suoi assessori e, a detta di tanti osservatori attenti, l’Amministrazione cittadina targata Cofferati è stata la peggiore di sempre (esclusa la parentesi di Guazzaloca, quando governava il centrodestra).
Entrambi sono candidati espressi dal Partito Democratico. Buona l’affluenza alle urne, che ha segnato un netto miglioramento rispetto alle primarie precedenti.
Faccio a Merola i miei personali auguri di vincere le secondarie, pur consapevole di due condizioni date.
La prima: la sua onestà lo salverà dagli errori fatali commessi da Flavio Delbono.
La seconda: Bologna avrebbe bisogno di interventi urgenti e migliorativi, ovvero non giocati “in difesa”, nei campi della mobilità sostenibile, della riconversione ecologica delle industrie in crisi, della scuola pubblica, dei servizi sociali e alla persona, dell’innovazione tecnologica. Impossibile attuarli quando si è espressione dello status quo.
Con qualche operazione gattopardesca si proverà a salvare la faccia di fronte a un elettorato, anche a sinistra, sempre più disincantato e disaffezionato e che è pronto a scappare dalle stalle, attirato dalla sirena anti-sistema e anti-collateralismo ai poteri forti suonata da Beppe Grillo.
Infine, l’astensionismo non diminuirà.
Fare la storia
Walter Veltroni e il Partito Democratico hanno ribadito al Lingotto che “vogliono uscire dal ’900″.
Tradotto significa rinunciare alla possibilità di ribaltare i rapporti di forza tra capitale e sfruttamento del lavoro, per consegnarsi, mani e piedi legate, alla gestione di un presente sempre peggiore.
Possiamo tranquillamente affermare che, per ora, l’unico e inutile risultato che hanno ottenuto è d’uscire dalla storia.
Là dove la storia si fa.
L’unica scommessa
Chiedere che Berlusconi si dimetta, che lo chieda un segretario di partito o cinque o dieci milioni di elettori, non serve a niente.
Si chiedano elezioni anticipate e si presenti un programma del centrosinistra basato sul lavoro, sulla democrazia e sui diritti civili.
Vincere da sinistra: è questa l’unica scommessa che possiamo fare per non morire berlusconiani.
Il briscolone di Bersani
Sudato, spaventato, alienato, ieri sera ad Annozero è apparso Pierluigi Bersani, intervistato da Sandro Ruotolo.
Sull’accordo di Mirafiori, con schiena dritta e grande visione ha affermato: “Ci auguriamo che i lavoratori abbiamo la forza di accettare il peso di questo scambio”.
Se ancora non l’avete fatto, leggetevi questo riassunto di cosa prevede l’accordo, realizzato dall’Ansa, oppure la versione originale di 36 cartelle.
Gay nell’esercito, queste sì che son conquiste
Non sono uno di quelli che pensa che siccome l’esercito vieta ai gay dichiarati di far parte delle forze armate, allora, per lottare contro le discriminazioni, dobbiamo rivendicare un equo accesso all’esercito anche per le persone omosessuali e trans. Ne ho parlato qui e confermo quanto scritto.
Grazie all’abolizione del DADT, da oggi le persone omosessuali dichiarate (quelle velate lo fanno già da sempre) potranno partecipare alle prossime illegali invasioni imperiali, dopo quella dell’Iraq. Potranno sparare sui civili in Afganistan. Potranno partecipare alle “guerre preventive”. Potranno partecipare alla destituzione dei governi democratici invisi a Washington, quali per esempio quelli del Cile, del Vitnam, del Guatemala e del Nicaragua. Potranno usare le armi proibite dalla Convenzione di Ginevra e da quella di Ottawa, tanto al Pentagono se ne infischiano del diritto internazionale e della vita umana.
Questo è l’elenco degli interventi armati degli USA negli ultimi sessant’anni:
Cina 1945-6
Corea 1950-3 (Guerra di Corea)
Guatemala 1954
Indonesia 1958
Cuba 1959-61
Guatemala 1960
Vietnam 1961-73
Congo 1964
Laos 1964-73
Perù 1965
Cambogia 1969-70
Guatemala 1967-69
Grenada 1983
Libano 1983-84
Libia 1986
El Salvador anni ’80
Nicaragua anni ’80
Iran 1987
Panama 1989
Iraq 1991-2002
Kuwait 1991
Somalia 1993
Bosnia 1994-5
Sudan 1998
Afghanistan 1998
Jugoslavia 1999
Afghanistan 2001-
I prossimi scriveteli voi.
Queste sì che son conquiste di cui esser fieri.
La prima e l’ultima volta
L’edizione è corredata da tre saggi, a firma di Luigi Pedrazzi, di Paolo Pombeni e di Luigi Giorgi.
L’introduzione al “Libro bianco” contiene due concetti di fondamentale importanza. Questo è il primo:
“E’ la prima volta che una campagna elettorale non è soltanto un’occasione di propaganda, ma diventa ragione di un complesso di analisi e di studi condotti con rigore, si tramuta cioè in un atto, a un tempo, di conoscenza scientifica e di magistero, rivolto a centinaia di cittadini”.
Aggiungo che è stata anche l’ultima volta in cui ciò è successo.



