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Intervento di Gianni Sofri alla direzione del Partito Democratico di Bologna

Desidero cominciare il mio intervento con alcune precisazioni. Sono del tutto libero da appartenenze correntizie così come da ambizioni personali (è noto a tutti che ho avuto un ruolo pubblico e che l’ho tranquillamente lasciato, preannunciando la mia decisione con un anticipo di due anni). In passato, mi è capitato di dare una mano, convintamente, a Virginio Merola e a Claudio Merighi (due personaggi con ruoli e figure molto diversi all’interno del Partito), ma nessuno di loro ha letto il mio intervento o ne conosce il contenuto neppure nelle sue grandi linee. Dico queste cose perché nessuno possa ascoltarmi pensando a quali siano i miei scopi più reconditi. Semplicemente, non ci sono. Non ho mai amato le dietrologie e le teorie del complotto o simili. Per me le parole valgono per quello che dicono. Quanto al mio scopo, è solo quello di contribuire, con una franchezza che mi è permessa forse dall’età (è noto che il passare degli anni fa cadere i freni inibitori, e questo a volte -ma solo a volte- è positivo); di contribuire, dicevo, al dibattito sulle sorti future del nostro partito e, soprattutto, della società in cui esso opera.

Primo punto. Negli ultimi 15 giorni ho letto, in dichiarazioni di un buon numero di dirigenti o di persone comunque influenti del partito, affermazioni di gioia o di soddisfazione riguardo alla possibilità, o alla buona probabilità, di arrivare al congresso con un candidato segretario unico, che raccolga un generale consenso a priori. Questo mi stupisce molto, perché io, invece, trovo che si presenti oggi a noi una bellissima occasione: la possibilità di entrare nel congresso senza sapere assolutamente chi ne uscirà eletto segretario. L’unanimità a priori mi sembra un triste retaggio dei vecchi partiti comunisti, che non amavano le differenze e la discussione aperta e non canalizzata. Per questo ho parlato di un’occasione favorevole, che dovremmo essere capaci di cogliere, per distaccarci da quella cattiva tradizione. Non ritengo necessario fare sfoggio di citazioni dalla storia della Terza internazionale e dei partiti che vi facevano capo, incluso uno degli antenati del nostro, fin quasi ai nostri giorni. Posso però ricordare un episodio recente, che penso abbiamo tutti in mente. La scelta di Delbono fu fatta, secondo queste cattive tradizioni che ricordavo, da cinque (o forse sei) persone, tra Bologna e Roma. Alle successive primarie, venne affidato esclusivamente il ruolo di consacrazione notarile di una decisione già presa altrove. A questo si deve, fra l’altro, l’impegno esplicito di alcuni dirigenti in favore di quella candidatura, tale da rendere le primarie una sorta di corsa ad handicap con un cavallo nettamente favorito dal peso. Mi sembra importante aggiungere che quel comportamento andò assai vicino a distruggere anche per il futuro lo strumento prezioso delle primarie. Certo, occorrerà tornare ancora ad usarlo, quello strumento: ma non sarà un compito facile, né breve, quello di riuscire a renderlo nuovamente credibile.

Sento dire anche, abbastanza diffusamente, che alla discussione in direzione e poi nel congresso si deve arrivare parlando non delle persone, ma delle idee e dei programmi. La prima cosa che mi viene in mente è un lieve senso di fastidio per un eccesso di regole riguardanti i modi di svolgimento di una discussione che avrebbe tutto da guadagnare dall’essere invece assolutamente aperta e libera. La seconda, che se i programmi sono semplicemente lunghi documenti che elencano i diversi problemi della città in maniera burocratica, non è difficile fare un “buon” programma (la prova sta nel fatto che l’unico documento di questo tipo fino ad ora uscito ha raccolto pareri unanimemente favorevoli: né avrebbe potuto essere altrimenti). Altra cosa sono, naturalmente, documenti brevi capaci di esporre tre o quattro idee-guida, che diano l’impronta al lavoro futuro che si intende fare, alla luce di una precisa idea di trasformazione o conservazione della città. Ma questo è un caso assolutamente raro, e fino ad ora non ne abbiamo visti. (Non posso pronunziarmi seriamente sul contributo appena ricevuto di Sergio Lo Giudice, che leggerò comunque con molta attenzione, data la mia forte e sincera stima per il suo autore).

Il primo tipo di programma, quello che assomiglia ad un diligente compito scolastico, serve invece più che altro da alibi, per evitare che si parli di chi dovrà attuarlo. Perché qui sta il punto che mette in crisi il primato dei programmi sulle persone: ad attuare i programmi, saranno delle persone. Una persona capace e affidabile riuscirà ad attuare un buon programma, e anzi lo arricchirà nel corso del cammino. Una persona incapace è invece in grado di portare alla distruzione il migliore dei programmi. Ecco perché io ritengo che quanto meno non si possa separare una discussione sulle persone da quella sui programmi.

Quando esplose il caso Delbono, io fui molto impressionato da quanto esso avesse turbato nel profondo i militanti e le militanti di base che più avevano dato al partito nel corso degli anni. Parlai molto con persone di diversi circoli della città e soprattutto del mio. In una riunione del mio circolo mi capitò di fare – contro ogni mio intendimento – da pompiere nei confronti di persone i cui attacchi al gruppo dirigente mi parvero, anche nel linguaggio, eccessivi, benché il linguaggio stesso e l’espressione denotassero la profonda sincerità di un atteggiamento di rabbia e delusione. Pur ammettendo le buone ragioni di quella protesta, ricordammo, io ed altri, che a poca distanza di tempo avremmo dovuto affrontare una campagna elettorale per le regionali, e forse anche per le comunali (c’era ancora incertezza su questo punto). Anche questo argomento venne contestato con rabbia da molti militanti, i quali sostenevano trattarsi di un ricatto ascoltato già più volte. Si sostenne anche, da parte loro, che il partito avrebbe dovuto chiedere scusa alla città: e che dovesse farlo allora, subito (come è noto invece, lo fece tempo dopo, in un curioso caso di supplenza, il segretario regionale: e fu comunque bravo a farlo). E ancora, si sostenne da molti che il gruppo dirigente del partito avrebbe dovuto comunque mandare un segnale forte, che la cittadinanza, gli elettori, i nostri stessi iscritti potessero comprendere chiaramente. La rinuncia da parte del segretario provinciale a presentarsi alle elezioni regionali (vale a dire, la rinuncia a un gesto di autopremiazione da parte di un dirigente) apparve generalmente insufficiente.

Personalmente, come dissi in un intervento molto notturno in una precedente Direzione, trovai particolarmente grave che da parte del gruppo dirigente si minimizzasse quanto era successo, e non si capisse (o non si volesse capire) fino a che punto il caso Delbono con tutte le sue implicazioni (a cominciare dai modi della sua scelta) avesse divelto dalle radici quanto restava di fiducia nel partito da parte di militanti antichi e devoti. Io non mi inoltrerò qui in una disamina numerica dei risultati elettorali. Dirò soltanto che mi sono parsi catastrofici, e non cercherò, come qualcuno ha fatto, consolazioni analoghe a quelle di chi, a livello nazionale, ha segnalato con soddisfazione il successo ottenuto a Lecco, ridente cittadina di 47mila abitanti. Ho trovato risibili tutti (senza eccezione) i tentativi autoconsolatori di cui ho letto. Inoltre, stando alle cifre, mi è parso particolarmente significativo che almeno una parte di quei militanti critici e scontenti di cui prima parlavo abbia probabilmente scelto non tanto l’astensione quanto il voto ai grillini (da noi troppo velocemente demonizzati senza uno sforzo di capire le motivazioni loro e dei loro successi). C’è qualcosa di veramente (e tragicamente) incredibile nel fatto che mentre questo partito, negli ultimi tempi, discuteva delle sue alleanze a destra o a sinistra, commettendo errori gravi come quelli cui abbiamo assistito in Puglia, in Umbria, in Campania e così via, l’emorragia avvenisse dall’interno del partito o da quelli che erano sempre stati i suoi elettori più convinti.

Ci troviamo oggi di fronte alla necessità di trarre delle conclusioni serie da tutto questo, consapevoli che non avremo un’altra occasione, e che le sorti del partito, ma soprattutto (perché è quello che più ci importa) del centrosinistra in Italia, dipenderanno in buona parte dalle decisioni che i democratici italiani sapranno assumere e realizzare in questi mesi. Ma prima di finire, voglio fare un’ultima considerazione su un problema che mi pare molto importante. Nei partiti di un tempo, ma soprattutto in quelli che si rifacevano al marxismo – leninismo e alla Terza internazionale, la sconfitta politica era sempre un dramma, a volte una vera e propria tragedia. Poteva comportare la condanna al silenzio, l’isolamento a vita, o peggio. Posso quindi capire che ci siano ancora oggi dei dirigenti disposti a difendere i propri incarichi (o la propria aspirazione ad averne) come se combattessero pro aris et focis. Io sarei molto felice se poco per volta questi compagni e amici si rendessero conto che in un partito moderno e laico la vittoria e la sconfitta, così come il consenso o i giudizi positivi o negativi sul lavoro delle persone sono fatti normali, elementi costitutivi di una democrazia quotidiana, sicura di sé. Solo se si raggiungerà, da parte di tutti, questa consapevolezza, le lotte politiche perderanno quei toni di rancore e di ostilità personale che oggi le caratterizzano. E’ un consiglio, questo, che mi sento di dare anche perché si tratta di un campo, quello delle sconfitte politiche, nel quale ho lunga esperienza (ma esiste anche una “nobiltà della sconfitta”…).

Detto questo, passo a dire che nel mio personale parere, il gruppo dirigente costituito da De Maria e dalle persone intorno a lui, ha commesso, a partire quanto meno dalla designazione di Delbono in poi, una serie di errori che lo rendono inadatto a proseguire nel governo di questa federazione. Ho volutamente parlato di gruppo dirigente per evitare un possibile equivoco. Sappiamo tutti che nel corso degli ultimi anni attorno a De Maria si è creato un gruppo molto compatto e omogeneo, che ha sempre condiviso le posizioni e le decisioni di De Maria stesso. (Ho trovato anche piuttosto umoristico che in questi ultimi giorni proprio dal segretario sia venuta una dura condanna della casta e dei personalismi). Tornando a noi, il fatto che negli ultimi mesi, o addirittura giorni, si siano verificate delle separazioni che non esito a definire consensuali, nulla cambia riguardo alla corresponsabilità di questi separati nella passata gestione del partito.

Resta un ultimo punto. Come ho potuto vedere, ancora una volta, nei miei contatti con militanti di base, è diffusa tra questi una forte avversione al mescolare politica e posti di lavoro, fino a fare del partito una sorta di agenzia di collocamento, soprattutto per addolcire (spesso con promozioni) l’uscita da cariche politiche o addirittura pubbliche. Mi sembra importante sottolineare come non si tratti qui di un discorso solo morale (certamente non moralistico), ma di qualcosa che ha una immediata serie di conseguenze politiche. Quando esisteva il partito comunista, aveva la sede in via Barberia e governava in tutta sicurezza, benché io non abbia fatto studi accurati, penso si possa dire che il partito potesse manovrare, direttamente o indirettamente, alcune migliaia di posti di lavoro. (Inutile dire che questo valeva ancora di più per altri partiti – si pensi alla DC – in altre regioni, e solo un po’meno in Emilia Romagna). Dopo di allora, come tutti sappiamo, la situazione è gradualmente, ma ormai profondamente, mutata, e il numero di posti di lavoro che possono passare attraverso la politica è radicalmente diminuito. Questo fa sì che le rivalità politiche, essendo anche rivalità per un posto di lavoro, tendano a farsi più aggressive e violente. In altre parole, restringendosi la torta, l’assalto alle singole fette si incattivisce. Secondo altri, invece, la lotta politica tende ad attenuarsi e a produrre una spartizione controllata e definita attraverso trattative. In ognuno di questi casi, non c’è chi non veda come la trasparenza e la moralità stessa della politica ne escano fortemente danneggiate.

Io sono fiducioso che il Partito Democratico di Bologna, forte della sua ritrovata capacità di discussione e di un’ansia di rinnovamento, anche generazionale, da cui mi sembra oggi pervaso, saprà trovare la sua strada per risalire la china e rinnovare il suo patto con i cittadini, in un momento così difficile per la nostra democrazia.

Ho pensato che sarebbe stato del tutto inutile che anch’io mi cimentassi qui con proposte programmatiche o con l’indicazione di questo o quel nome. Certo, ci sono cose cui tengo molto. Per esempio, che il partito torni a svolgere un’accurata analisi sociale, capace di cogliere, descrivere, spiegare cosa è successo nella società italiana negli ultimi decenni e perché le nostre vecchie conoscenze e capacità analitiche non funzionino più. Che dopo aver svolto quest’analisi, si sforzi di congiungerne i risultati con una riaffermazione delle radici e della stessa ragion d’essere di questo partito; che prima di allearsi con l’UDC, con SEL e via siglando, ci si ricordi di tornare ad allearsi con quegli strati sociali per la cui difesa e per i cui diritti gli antenati di questo partito si sono battuti: e cioè, per fare solo degli esempi, operai vittime della crisi, nuovi poveri, precari (specie se a vita), immigrati offesi e sfruttati, donne variamente discriminate, minoranze vittime del pregiudizio. E ancora, che non si dimentichi da parte del nostro Partito la sua originaria concezione laica dei rapporti tra politica e credenze religiose. Essendo così semplici le mie esigenze su questo terreno, sarebbe veramente offensivo nei confronti dei miei compagni e amici che si occuperanno di programmi dubitare che ne tengano conto. Ho preferito quindi porre alcuni problemi preliminari. Se si rimuovono questi problemi, se si rinuncia ad affrontarli, nessun rinnovamento sarà credibile: non lo sarà per i militanti, non lo sarà, soprattutto, per i cittadini.

Mi auguro vivamente, per il futuro di questa città e del nostro Paese, che vogliate tenerne conto.

Gianni Sofri,
23 Aprile 2010.

2 Commenti a “Intervento di Gianni Sofri alla direzione del Partito Democratico di Bologna”

  • Ho voluto condividere questo intervento perché, seppur non iscritto al PD, trovo le parole di Gianni Sofri l’unica analisi sincera e senza sconti (e le ho lette tutte, a partire dai programmi e bozze di programmi finora presentati) sulla pessima situazione della nostra città (attuale e degli ultimi 15 anni), di cui il maggior partito del centrosinistra è, ovviamente, anche il maggior responsabile. Mi auguro che le sue posizioni possano essere fatte proprie dalla maggioranza degli iscritti del Partito Democratico e che questo determini tanto un cambiamento di posizioni politiche quanto un radicale rinnovamento della classe dirigente del partito stesso e, quindi, anche dei candidati all’amministrazione della cosa pubblica. Ché, vorrei vederla ben amministrata.

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  • Intervento di Gianni Sofri alla direzione del Partito Democratico di Bologna | PUTA. A QUEER INVADER…

    Desidero cominciare il mio intervento con alcune precisazioni. Sono del tutto libero da appartenenze correntizie così come da ambizioni personali (è noto a tutti che ho avuto un ruolo pubblico e che l’ho tranquillamente lasciato, preannunciando la mia …

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