Pubblicato il 10 novembre 2009 - Di Maurizio Cecconi
Arcigay 2010, appunti pre-congressuali
ReTweet questo articoloDELL’UNANIMISMO E DELL’ASSENZA DI BUONI STRUMENTI DI LOTTA
“La democrazia comincia a due”, sosteneva Luce Irigaray; intendeva: ci vuole almeno un uomo e almeno una donna perché si possa parlare di “sintesi fra i generi”. Partendo da una dialettica di genere, auspicabile anche dentro Arcigay, possiamo comprendere che la democrazia all’interno della nostra associazione comincia quando, usando le regole interne e condivise, più posizioni politiche e strategiche trovano terreno fertile e buona accoglienza per esprimersi e per partecipare al gioco congressuale, dove si deciderà quale linea raccoglierà il maggior numero di consensi.
Se si cerca con sforzi diplomatici e con tentativi inibitori (come le decisioni calate dall’alto) d’appiattire il dibattito su una sola posizione, per spezzare nella culla la nascita d’altre idee diverse da quelle finora espresse, dobbiamo prima di tutto registrare che siamo in presenza di un terreno ostile e di una cattiva accoglienza. Mi sembra questo il caso della nostra associazione. Va detto senza pelosi buonismi.
Rompere l’unanimismo, obbligare l’associazione a un salto di qualità nella democrazia interna, farla discutere di quali posizioni e di quali soluzioni fossero più utili al lavoro politico è stato il senso vero della mozione “Diritti in movimento” allo scorso congresso. Personalmente sono fiero del lavoro che facemmo e che s’è dimostrato precorritore dei molti problemi che abbiamo successivamente incontrato e che non siamo stati in grado di ben affrontare in questi tre anni, proprio perché la maggioranza compì allora scelte di comodo invece che scelte di merito. Sarebbe bello non compiere ancora gli stessi errori: la storia insegna e per fortuna le maggioranze sono per loro natura variabili come le opinioni.
L’acqua è passata sotto i ponti e se cito quell’esperienza oggi non è per nostalgia ma perché credo che se arriveremo al congresso del 2010 nelle condizioni d’aver ucciso il dibattito e prodotto una sola mozione (al di là del giudizio che ognuno ne può avere) avremo compiuto un gigantesco passo indietro e fatto del male ad Arcigay e al movimento tutto, di cui Arcigay è parte consistente.
Non solo per la salute della nostra democrazia dovremmo avere a cuore la qualità del dibattito. Esiste una stretta correlazione – questa è la mia convinzione – tra dibattito e qualità degli strumenti di lotta. Più posizioni diverse discutono e si confrontano, più idee hanno la possibilità di nascere/evolvere/arricchirsi, migliore è la sintesi e la capacità dell’associazione di rispondere alle enormi difficoltà della situazione italiana, in riferimento alla conquista dei diritti civili e dei diritti individuali. Viceversa, un dibattito costretto a contorcersi perché assente un sano conflitto tra posizioni differenti, è destinato inevitabilmente a produrre una pappa che ci lascia inermi, inoffensivi, incapaci di essere all’altezza dello scontro in atto tra sostenitori delle libertà e clericali di tutti gli schieramenti. Questa è la reale posta in gioco.
DEL BILANCIO 2006 – 2009
La grande assente, in questo momento storico che sta attraversando l’associazione, è la discussione sul bilancio di questo ultimo triennio. Eppure una discussione su questo tema dovrebbe essere il primo e ineludibile passaggio, se desideriamo migliorare la nostra azione.
Ha qualcosa a che vedere con questa assenza il fatto che il presidente uscente abbia escluso una sua nuova candidatura purché si individui un percorso unitario (traduco: che ci sia posto anche per lui)? Ha qualcosa a che vedere con questa assenza il fatto che i due candidati dell’unica mozione finora presentata abbiano condiviso la responsabilità politica delle segreterie Mancuso per tutti e tre gli anni e che nella buona e nella cattiva sorte ne abbiano condiviso metodi e scelte? Ha qualcosa a che vedere con questa assenza il fatto che gran parte dei primi firmatari abbiano partecipato o partecipino ancora alle segreterie Mancuso e che nella buona e nella cattiva sorte ne abbiano condiviso metodi e scelte? Ognuno si dia una risposta, se vuole. La mia è sì.
Il bilancio quindi resta lì, sospeso nel limbo. Da parte mia, reputo doveroso elencare qui le criticità emerse e avanzare un’analisi. Attraverso il bilancio che traggo di questi tre anni emerge chiaramente anche quali siano i punti chiave, a mio avviso, del dibattito congressuale.
Il momento storico che sta attraversando l’Italia è pessimo: una decisa avanzata – culturale e politica – della destra, la scomparsa della sinistra e l’avvento, all’interno del Partito Democratico, delle posizioni tipiche del cattolicesimo conservatore ci consegnano, come movimento lgbt, senza alleati alla lotta per i nostri diritti. Lo ripeto: senza alleati. Di fronte a questa situazione, nessuno può rivendicare il possesso della bacchetta magica e dell’idea geniale che ci caverà dagli impicci.
Avremmo invece bisogno di questo per affrontare il periodo buio: a) la consapevolezza che non dobbiamo fare sconti a nessuno, perché nessuna forza politica ci ha mai regalato nulla né lo farà in futuro; b) sperimentare tutti i piani della lotta: nella società, nelle istituzioni, nella cultura; c) usare tutti gli strumenti a disposizione, siano essi parlamentari, giuridici, contro-informativi e comunicativi; d) avere buone relazioni all’interno del movimento lgbt, che partano dalla rinuncia all’egemonia e alla rappresentanza di tutte le persone omosessuali e trans italiane da parte di ogni associazione che lo compone e in primis dalla nostra; e) aprire le porte dell’associazione, favorire un radicale ricambio generazionale.
Questi i punti salienti, a mio avviso, su cui si deve basare il bilancio 2006 – 2009.
Abbiamo lavorato per raggiungere quegli obiettivi o abbiamo realizzato il contrario?
Vediamo.
Punto A: non fare sconti a nessuno.
Tre anni fa affrontammo un congresso dopo la delusione per l’esclusione dei PACS dal programma del Governo Prodi e dopo la pavida apparizione dei DiCo. La chiave di lettura che individuammo fu “distinti e distanti dai partiti”. Oggi – al di là del fatto che è necessario ridiscutere questa formula ma non l’autonomia dai partiti – dobbiamo chiederci: siamo stati coerenti con le decisioni congressuali? Dopo pochi mesi dal congresso del 2006, le apparizioni in varie occasioni preparatorie alla campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Berlusconi ci hanno mostrato una presidenza dedita alla ricerca dello scranno in Parlamento. Durante un’assemblea della defunta Sinistra Arcobaleno, Mancuso pronunciò le fatidiche parole: “se ci sarò io, ci saranno tanti gay e lesbiche con me”.
Purtroppo, il collateralismo ai partiti non si è fermato alla nobile causa della ricerca di un lauto stipendio. Sulle questioni che più stanno a cuore al movimento – la parità di diritti, l’uguaglianza, la laicità, il contrasto alle violenze omo/transfobiche – l’annacquamento delle nostre rivendicazioni per renderle compatibili con l’arretratezza del quadro politico è stato costante e praticato su ogni fronte.
Esempio: non abbiamo messo in campo nessuna azione a sostegno dell’uguaglianza e del matrimonio civile aperto alle coppie omosessuali. Tre anni di inerzia totale ci hanno visto passare dai protagonisti della più grande campagna mai vista in Italia per il riconoscimento delle coppie gay (quella per i PACS) a spettatori passivi d’azioni altrui. Il massimo che possiamo fare oggi è ringraziare gli amici della Rete Lenford e di Certi Diritti per aver saputo tenere il timone in un lunghissimo periodo di “vacatio legis”. Non basta aver approvato un ordine del giorno che impegna l’associazione ad avviare una campagna a favore dei pari diritti e del matrimonio civile. E’ necessario fare di più. Cosa? Opporsi ad ogni negazione del nostro diritto all’uguaglianza, soprattutto nei confronti di chi si dichiara nostro amico per poi disconoscere pubblicamente le nostre rivendicazioni, in cambio delle poche briciole che raccogliamo con piacere. Su questo si misura l’onestà della nostra richiesta.
Esempio: pur chiedendo l’estensione della legge Mancino per combattere le violenze omo/transfobiche e pur sapendo che la proposta Concia in materia era inutile, tanto da configurarsi al massimo come uno spot personale della parlamentare (“L’omofobia ha i giorni contati”: potete ridere), non abbiamo creato strumenti alternativi in grado di tenere le nostre rivendicazioni al centro del dibattito. Un’iniziativa di legge popolare e una mobilitazione nazionale a sostegno della stessa avrebbero assolto perfettamente allo scopo. Durante i momenti più accesi della discussione delle legge Concia, come Arcigay non siamo riusciti a comunicare il messaggio di quali fossero le nostre richieste e di quanto lontana fosse quella presentata. Siamo apparsi, perché lo siamo, correi della mediazione al ribasso.
Dobbiamo aprire con urgenza un inedito capitolo di lotta, che definirei così: mai con chi si allea con gli omofobi. Il Partito Democratico sta tessendo alleanze per le elezioni regionali e in prospettiva per quelle politiche con l’UDC, la più becera, volgare e violenta oppositrice ai nostri diritti. Non abbiamo veramente nulla da dire in proposito? Ci sembra una questione di poco conto? Cosa succederà alle nostre rivendicazioni una volta che l’alleanza sarà stretta?
In sintesi: su due questioni fondamentali (tanto fondamentali da farmi scrivere: se non sappiamo sostenere questi obiettivi, che cosa ci stiamo a fare al mondo?) come il matrimonio civile e il contrasto all’omofobia, Arcigay ha perso tutti i treni che gli sono passati innanzi. Per collateralismo alle forze politiche, per mancanza di coraggio e di fantasia, per assenza di spessore politico nei dirigenti che hanno avuto la responsabilità della guida dell’associazione e che oggi, come se nulla fosse, si ricandidano alla guida di Arcigay.
Punti B e C: rispondere, rispondere, rispondere.
Di fronte all’attacco concentrico ai diritti civili e ai diritti individuali, di fronte all’assenza di alleati tra le forze politiche, l’imperativo del movimento non può limitarsi al pur indispensabile “resistere, resistere, resistere”, in attesa di tempi migliori (quando: tra 10 anni? 15 anni? 20 anni?). Dobbiamo fare un passo in avanti e rispondere, rispondere, rispondere colpo su colpo. Aprire più fronti, perché uno – quello dell’internità ai partiti e l’affidamento delle nostre rivendicazioni alle mediazioni parlamentari – è implacabilmente fallito. FALLITO. Questo non comporta il suo abbandono, bensì il suo affiancamento, con lotte compiute sul piano culturale – su cui la nostra azione è debolissima e affidata ai soli comitati provinciali, che fanno quel che possono – e sociale.
“Chi s’assume l’autorità s’assume il conflitto”, argomentava qualche anno fa la filosofa femminista Luisa Muraro. Intendeva: chi dichiara pubblicamente il proprio desiderio sessuale, se ne assume pubblicamente anche il conflitto che inevitabilmente questo innesca in una società tuttora patriarcale, maschilista, sessista e sessuofobica. Le nostre omosessualità nomadi, le nostre transizioni che scompongono e ricompongono le identità di genere smascherandone la reificazione identitaria, sono la soglia di conflitto che dobbiamo far sperimentare fino in fondo alla società e alla sua forma giuridica e democratica, se vogliamo che essa muti e si rinnovi in una nuova sintesi d’inclusione delle diversità.
In poche parole: lasciate perdere il “buon senso”.
Dobbiamo osare e spingerci oltre il presente.
Cosa abbiamo osato in questi tre anni? Nulla.
Cosa abbiamo rischiato? Tutto.
Punto D: trovare uno spazio di sintesi per il movimento lgbt.
La premessa fondamentale per poter aprire una nuova stagione di relazioni positive all’interno del movimento lgbt è che ogni realtà, e per prima Arcigay che è la più grande, rinunci alle strategie egemoniche e alla pretesa di rappresentare la totalità delle persone lgbt in Italia. Per fortuna, si può tranquillamente affermare che c’è tantissimo dentro l’associazione e altrettanto fuori di essa. Partire da qui è indispensabile per sgomberare gli equivoci attorno alla proposta di una “Federazione LGBT Italiana”, che sia l’associazione ombrello in grado di fornire un tavolo di sintesi al variegato movimento lgbt.
In questi tre anni siamo riusciti a fare delle azioni che ci hanno avvicinato alla creazione della Federazione? No. Ne abbiamo invece compiute alcune che ci hanno allontanato dall’obiettivo, quali l’imposizione del Genova Pride (con una decisione presa in splendida solitudine dal presidente e dal segretario; ergo non fatene una colpa a tutta Arcigay, per favore, ma solo ai responsabili) e la gestione tutta puntata sullo scontro interno al movimento del Bologna Pride.
Cambiare rotta e subito.
Punto E: aprire le porte.
La nostra associazione ha un disperato bisogno di nuove forze, di nuove energie, di giovani uomini e di giovani donne, motivati, idealisti, coraggiosi, pronti a farsi le ossa e a sbattersi per un’idea piuttosto che per una poltrona. Abbiamo bisogno di trasmettere un sapere di lotta ma soprattutto di aprirci alla possibilità che i nuovi arrivati c’insegnino loro nuove forme di battaglia.
Abbiamo aperto le porte? E come le abbiamo aperte? La presenza giovanile dentro l’associazione è oggi organizzata rispetto al passato, ma in forme utili alla creazione di consenso per chi ha incarichi esecutivi. I giovani sono visti come malleabili e spendibili sul piano dei voti, piuttosto che come una ricchezza per il presente e per il futuro.
Abbiamo trasmesso loro il peggio che possediamo: l’idea che basta svendersi un pochino e sostenere il potere per avere qualche beneficio. Invece che creare dei militanti, produciamo dei burocrati.
Da queste esperienze dobbiamo imparare per cambiare radicalmente segno ai nostri interventi. Dobbiamo premiare il merito, l’intelligenza, l’impegno fine a se stesso, la generosità e l’altruismo, anche quando i giovani non ci sostengono nelle manovre per il potere.
In questa Italia gerontocratica, è un sogno irrealizzabile immaginare Arcigay guidata da dei trentenni?
DELLE SOMME DEL BILANCIO 2006 – 2009
Il risultato del bilancio 2006 – 2009 della presidenza Mancuso e delle due segreterie che si sono succedete alla guida dell’associazione è fallimentare. Abbiamo perso l’iniziativa politica, abbiamo spaccato il movimento, non siamo riusciti a far passare i nostri contenuti.
Da questo zero ottenuto dobbiamo partire per costruire il congresso che ci attende e le proposte politiche che lo caratterizzeranno. Quelle finora presentate rappresentano la continuità col disastro che è sotto gli occhi di tutti e di tutte.
Come dicono a Bologna: “Piz da cs’è…” (“Peggio di così…”).
Dal punto in cui siamo possiamo solo migliorare.

Dove non altrimenti indicato, l’autore degli articoli e delle opinioni contenute negli stessi è Maurizio Cecconi. (M.C. ha 35 anni e ama a tal punto i libri da fare il bibliotecario. Crede che una città viva grazie alla libertà e al rispetto reciproco. Bolognese, attivista gay e portavoce della Rete Laica, è innamorato del suo compagno. Ama leggere e scrivere. E' un bravo bibliotecario - così affermano le sue ex insegnanti - ; gli utenti, prevedibilmente, ne apprezzano la simpatia e ne evitano il rigore.)






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10 novembre 2009
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ARCIGAY 2010, APPUNTI PRE-CONGRESSUALI…
I nodi fondamentali del prossimo congresso….
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21 novembre 2009
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Dopo gli incontri del 15 e del 30 Ottobre al Cassero la situazione s’è evoluta e schiarita. “Essere Futuro” non è più l’unica mozione e non si cerca più l’unanimismo di facciata. Un gruppo di persone legate a vario titolo ai partiti e in particolare al Partito Democratico hanno presentato un nuovo documento: “Inarrestabile Cambiamento”. Ho salutato con piacere il loro arrivo, perché giova alla salute della democrazia interna ad Arcigay. Ho chiesto loro se pensavano di proseguire nel percorso di distinzione dei ruoli tra chi ha un incarico esecutivo dentro l’associazione e chi nei partiti o nelle istituzioni; ho chiesto loro se intendevano prendere le distanze dall’accordo elettorale PD – UDC che tanto peso avrà nell’ostacolare l’affermazione dei diritti civili in Italia. Sono due paletti che ritengo indispensabili per una qualunque mozione. Non hanno risposto a nessuna delle due questioni. Invece ha risposto Patanè, candidato presidente per “Essere Futuro”: ha fatto un discorso molto buono sull’importanza di conservare l’autonomia dell’associazione e sulle regole necessarie a mantenerla e condannando l’accordo PD – UDC. Anche la sua parte dell’intervento dedicata all’importanza della laicità è stata molto incisiva. Per questo, visti i “concorrenti” in campo, ho valutato quale fosse il documento migliore e ho sottoscritto la mozione “Essere Futuro”. V’invito a fare altrettanto.