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Marcelo Brajnovic, l’uomo che sfidò la NATO

Di Maurizio Cecconi
Cassero Magazine, Novembre / Dicembre 2009

Lo scirocco schiarisce il cielo, prima nuvoloso e carico di pioggia; l’afa ingrassa l’aria, incollando i vestiti alla pelle. Non è facile giungere all’Embassy Of God, dove la bandiera col simbolo di Jahvè sventola garrula. A condurmici è Nataša Bošnjakovic, giovane laureanda dell’università di Fiume, impegnata in una tesi sulle teorie astrologiche relative al calendario Maya e al 21 dicembre del 2012, giorno in cui finirà il «Lungo Computo» durato 5.125 anni e avrà inizio l’«Era dell’Acquario», un’epoca di pace e di profonda evoluzione spirituale.

Marcelo Brajnovic e la sua famiglia – composta di artisti affermati – vivono in un paesino dell’entroterra di Rovigno, nella religiosa Croazia, su una collina accerchiata da boschi di pini mediterranei. Qui ha fondato e costruito l’Ambasciata di Dio, che si presenta composta da tre strutture in pietra: una casa con le fattezze di un piccolo santuario, una torre a due piani e una fontana «dell’Apocalisse». Gli edifici sono stati costruiti secondo un suo disegno, che riprende elementi dell’architettura votiva e di quella jugoslava. Le forme geometriche del quadrato e del rettangolo s’uniscono al cerchio e all’edera, scolpita sui muri in altorilievo. L’insieme offre una sensazione di «fermo-immagine fantastico». Il bianco dei muri contrasta con l’azzurro terso del cielo e col verde brillante della vegetazione.

Seduti su assi di legno poste di fronte alla fontana circolare, ha inizio la nostra conversazione, o meglio: il suo monologo, interrotto sporadicamente da qualche mia domanda chiarificatrice.

Marcelo Brajnovic è nato nel 1934. Si presenta scapigliato, con la tuta da lavoro che indossa quando dipinge i suoi quadri. I capelli bianchi e ancora forti gli incorniciano un viso ricco di espressività. È ieratico e affabile, un binomio che spiega il fascino che esercita su quanti gli fanno visita. Per tutta la sua vita è stato profondamente religioso, e lo è tuttora. Era un testimone di Geova, finché la caratteristica dominante del suo carattere – l’essere contro ogni forma di autorità – non l’ha portato a scontrarsi coi vecchi saggi che amministravano la comunità dei credenti. Un giorno questi chiesero: «Chi è degno del pane di Dio?». Era una domanda retorica, «perché nessuno è degno del pane di Dio», secondo il loro credo feroce e punitivo. Mar?elo si alzò e disse: «Io ne son degno», frase che scatenò un conflitto insanabile.

In questa iniziazione all’autonomia, ritroviamo il motivo ispiratore di una sua opera chiave: «Bread Of God», una scatola di cartone, finemente decorata con testi sacri stampati col font (da lui disegnato) dell’Ambasciata di Dio, contenente una fiaschetta di olio (sacro) d’oliva, una contenente del vino rosso (il sangue), e la terza di acqua limpida (che pulisce gli occhi e ti ridona la capacità di vedere il mondo). Sopra le tre fiaschette un tozzo di pane secco: il pane di Dio. Brajnovic ha concepito «Bread Of God» per essere riprodotto in serie, come un qualunque manufatto industriale e per essere infine venduto sugli scaffali di anonimi supermercati. Come per Andy Warhol, la serialità della produzione artistica diventa per Marcelo lo strumento utile a scatenare la democraticizzazione del sacro. Siccome fa sul serio, ha chiesto l’autorizzazione sanitaria a produrlo in grandi quantità e proporlo alle catene commerciali. L’autorizzazione gli è stata negata. La provocazione e l’arte hanno colpito un nervo scoperto.

Nel 1960 è tra gli esponenti del Surrealismo Croato, espressione, come per il coevo movimento in Cecoslovacchia, di ribellione sotterranea contro l’irregimentazione degli animi; alla fine, i suoi quadri anti-autoritari e anti-militaristi lo costrinsero ad abbandonare la Jugoslavia di Tito e a emigrare in Europa occidentale, esponendo in varie capitali e vivendo prevalentemente tra Milano e Parigi. Tornò in Croazia quando diventò uno stato autonomo e riprese a dipingere, rivolgendo nuovamente la sua attenzione alle autorità che imbrigliano le potenzialità dello spirito umano.

Alla serie di opere contro la forza militare appartiene il progetto «Corpus Delicti Anglo-Americae», realizzato nel 1999, ma che origina da quando un Marcelo bambino nel novembre ’44 vide fracassarsi su un prato un bombardiere americano Superfortress B-29. Una parte della carlinga venne utilizzata come tetto di una capanna di contadini, fino a quando nel ’97, Marcelo la portò nel suo studio, facendone la base di un complesso Gesamtkunstwerk, poi esibito nel 2001 nella Galleria Miroslav Kraljevic di Zagabria con il titolo “War for Armagedon”, “La guerra per l’Apocalisse”: una mostra allo scopo di “spiegare chiaramente all’Anglo-America che le corti che processano i crimini di guerra commessi in Ruanda e nell’Ex-Jugoslavia stanno di fatto processando se stesse.” Come “secondo i loro stessi criteri, l’Anglo-America che inviò durante la seconda Guerra Mondiale le loro Fortezze Volanti a bombardare le città di Pola e Zara commise dei crimini di guerra”, così, nella mostra, la carcassa di una di queste “Fortezze Volanti” e le “anti-reliquie” da esso ritagliate tracciano l’analogia coi bombardamenti del 1999 nel Kosovo approvati dalla Nato: non manca naturalmente, tra le serie di “reliquie” dedicate ai paesi dell’alleanza che parteciparono ai bombardamenti, quella dell’Italia.

Tutto ciò gli causò noie burocratiche e giudiziarie: il governo degli Stati Uniti, evidentemente poco sensibile alla legittimità artistica del concetto di “ready made” (nato coincidentalmente con Duchamp durante un’altra guerra: la prima, nel 1915) si mosse tramite il suo rappresentante croato per chiedere il sequestro dei quadri esposti e dei resti dell’aereo, legittimamente posseduti da Brajnovic, in quanto caduti dal cielo su un terreno di sua proprietà. Non si scompose Marcelo e con orgoglio racconta d’aver risposto: «Se li volete, dovete sequestrare l’Ambasciata di Dio». Nessuno ha più bussato alla sua porta e i quadri e i resti dell’aereo sono ancora lì, nel suo atelier; è una visione sconcertante, quello strumento di morte nello studio di un pittore.

A 75 anni Brajnovic continua ad esercitare il suo anti-dogmatismo surrealista contro il nemico di sempre, le gerarchie religiose. Il Vaticano e il potere papale sono l’oggetto della sua attuale riflessione, da quando Joseph Ratzinger è stato eletto pontefice. Uno dei primi atti di Benedetto XVI è stato l’abolizione del «limbo». Il limbo è la «palude immobile» alle porte dell’Ade, concepito dalla «mente diabolica della Chiesa romana», dove finiscono i bambini morti prima di essere battezzati e dove si trovano altresì tutti gli esseri umani nati prima della venuta di Cristo (appena qualche miliardo) e che, quindi, non hanno conosciuto «la salvezza del Signore». Il limbo è stato per venti secoli la motivazione con cui la Chiesa ha imposto il battesimo dei neonati; nei fatti, una coercizione per aumentare il proselitismo, imponendolo con la paura dell’Inferno. Nell’abolirlo, il Vaticano ha ammesso implicitamente di aver esercitato un’inaudita violenza ai danni di popolazioni ignoranti e succubi del clero.

Marcelo Brajnovic non s’è fatto scappare l’occasione di chiamare in causa il Papa e ha citato il Vaticano in tribunale per danni, essendogli stato imposto da neonato il battesimo. Se mai verrà discussa nei tribunali croati, questa sarà la causa del secolo. Dubito che ciò avverrà: vuoi per l’inevitabile ostruzionismo, vuoi per l’inesorabile scorrere del tempo. Non sono tanti gli anni che restano da vivere all’artista ed è una possibilità assai remota che gli sia concesso di vedere a giudizio gli autori di queste incredibili violenze. Nondimeno, Brajnovi? sferra con le parole e con la pittura il suo durissimo j’accuse: «credendo nella verità assoluta, data e indiscutibile, i cattolici giustificano con la fede i crimini peggiori. Il carattere del cesaro-papismo rende i cattolici intimamente malvagi».

Durante la mia seconda visita all’Embassy Of God, ammiro il suo prossimo lavoro, «Eurocruiser», che rappresenta in termini pittorici il mondo alle soglie del disastro ambientale. Dopo aver demolito l’autorità statale e quelle religiose, Brajnovic concentra oggi la sua attenzione sull’Europa e il mancato contributo del continente alla lotta contro il riscaldamento del pianeta. Da sopra una nave da crociera, colorata e pimpante, escono da 27 comignoli (tanti quanti sono gli stati dell’Unione Europea) i fumi dell’inquinamento e dello sviluppo economico. Sotto l’«Eurocruiser» un mare in tempesta rende palese lo scollamento tra la quotidianità serena che c’illudiamo di vivere e il disastro che s’avvicina.

All’attività di pittore, Brajnovi? ha affiancato il lavoro di «edittorialista», di «scrittore di editti». Ne ha indirizzati a decine ai potenti della terra, chiedendo la fine delle guerre, denunciando i soprusi sulle popolazioni inermi. Ne ha scritti un paio anche a Berlusconi e all’ex Presidente della Repubblica Ciampi, chiedendo che agli istriani, vittime dell’occupazione fascista, fossero riconosciute le pensioni di guerra. Gli editti dell’Ambasciata di Dio sono raccolti in un libro di raffinata fattura.

In calce al suo editto indirizzato a Ciampi, il pittore rivendica con orgoglio che «i miei insuccessi sono sparsi ovunque». Una sintesi perfetta per il pittore anarchico contrario alla genuflessione, che ha scagliato l’indice accusatore contro il potere.

Grazie per la collaborazione a

Antonia Macaja / Galerija Miroslav Kraljevic (www.g-mk.hr)
Tomislav Brajnovic, Robert Sosic (fotografie)
Simone Buttazzi, Walter Rovere (editing)
Nataša Bošnjakovic, Tomas Kutinjac (assistenza)

Un Commento a “Marcelo Brajnovic, l’uomo che sfidò la NATO”

  • MAR?ELO BRAJNOVI?, L’UOMO CHE SFIDÒ LA NATO…

    La storia del pittore che ha sfidato la NATO e il Vaticano. Un grido di rabbia contro le autorità in nome della libertà….

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