Quando parlammo del buco del culo
“Queer” viene usato negli anni ’90 per liquidare come “strano, anormale, frocio” tutto ciò che si discosta dalla pietra di paragone della etero-normalità, magari meglio se anche bianca e ricca. Era il modo per girare la testa dall’altra parte dopo essersi fatti una bella risatina di scherno. La parola sarà ripresa dal movimento lesbo-gay-trans, svuotata della sua accezione negativa, esorcizzata dai demoni dei sensi di colpa e usata per chiamarci “queer” tra di noi, indebolendo addirittura le stesse definizioni di trans/omosessuale, l’insulto è ribaltato in orgoglio di appartenenza, dove l’identità è solo quella del “qui e ora”, la dinamicità sessuale non conficca paletti di demarcazione, non ci incolla sulla fronte delle etichette come dei prodotti al supermercato, una sfida a chi spera di ritrovarci sempre il giorno dopo allo stesso reparto. Se vogliamo “queer” segue lo stesso destino della parola “nigger”, nata come disprezzo razzista e riappropriata dal movimento per i diritti civili delle popolazioni afro-americane, fino al sogno di un “nigger” Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America. L’inserto di Liberazione va ad approfondire proprio i temi più insoliti, scomodi, quelli su cui la stampa settimanale patinata preferisce mantenere un atteggiamento più prudente se non censorio: gli articoli sul sesso estremo estremamente piacevole di Francesco Warbear Macarone Palmieri, gli approfondimenti sulle manifestazioni dal 20 ottobre scorso a tutti i Pride, numeri monotematici su personaggi dimenticati del mondo della cultura, sugli anni ’80, sull’orgoglio delle lavoratrici del sesso che non si sentono affatto vittime, sulle “assassine” della legge 194, sul bellissimo concorso “Penne in equilibrio precario” dove si pubblicarono brevi racconti sulla condizione esistenziale del precariato. Ad essere sincera il primo ricordo che mi fa venire alla mente Queer è il 26 giugno 2005, quando uscì un articolo a firma Aldo Nove dal titolo “L’ano tra sesso e rivoluzione”, argomento reso attuale non per un nuovo primo piano di Tinto Brass, ma per l’ossessione sessuale delle gerarchie vaticane che hanno aperto una nuova inquisizione censoria contro una scena dell’ultimo film di Nanni Moretti. L’articolo di Nove suscitò un vespaio di polemiche, con tanto di lettere di proteste (molto divertenti) nella penultima pagina del quotidiano. L’articolo riprendeva alcune teorie del filosofo Luciano Parinetto sull’idea che «la rivoluzione proletaria passa anche attraverso il buco del culo», scandalizzando chi ha visto paragoni tra le teorie marxiste e il piacere anale. Poiché preferisco le coscienze scosse alle coscienze stagnanti, mi auguro più Queer per una liberata Queer Nation.


